LINO: IO, ULISSE IN ABRUZZO

Guanciale racconta lo spettacolo che porterà in scena a Pescara il 20 agosto
Un viaggio che parte da Itaca e dalla figura di Ulisse, per attraversare storie e luoghi di personaggi del teatro e del cinema. “Itaca” andrà in scena il 20 agosto, al Teatro D’Annunzio di Pescara, con protagonista l’attore marsicano Lino Guanciale.
Lo spettacolo, prodotto dalla Stefano Francioni Produzioni, con musiche e regia di Davide Cavuti, inizierà alle 21,30 (biglietti disponibili su CiaoTickets; 18 euro poltrona, 13 euro gradinata).
Avezzanese, 38 anni, da vincitore, il mese scorso a Pescara, del Premio Flaiano come co-protagonista del film-documentario “Un'avventura romantica” di Davide Cavuti, e del CinèCiak d'oro per il film “I peggiori” di Vincenzo Alfieri, Lino Guanciale è tra gli attori più amati dal pubblico televisivo, versatile e talentuoso, ecco cosa ci ha raccontato.
Come presenterebbe Itaca?
«E’ un viaggio poetico in nome dell’isola del racconto poetico per eccellenza, approdo e partenza del viaggio di Ulisse. Un richiamo omerico che serve a evocare l’idea di itinerario fatto per immagini. Mette insieme mondi più o meno distanti, autori classici e meno. Ci sarà anche la prosa. Ci sarà Flaiano. E, tra le poesie, brani dannunziani. E’ un viaggio in una personale biblioteca che decido di condividere con chi ci sarà. Con l’auspicio che a tutti venga voglia di fare la loro Itaca».
Cosa rappresenta Itaca oggi?
«Ha molto a che fare con l’identità. Ulisse non torna per tanti anni a casa perché desidera, prima di tornarci, aver fatto tutte le esperienze che ritiene necessarie per crescere. Credo che oggi l’identità sia un principio e un valore che è bene tenere presente per affrontare le emergenze culturali e sociali».
La sua collaborazione con Cavuti inizia nel 2009, quando Michele Placido vi scelse per lo spettacolo “I Fatti di Fontamara”. Che ricordo ha di quella esperienza?
« Meraviglioso. È stato un bellissimo regalo di Michele che si lanciò in quell’impresa dopo il terremoto, per portare il conforto dell’arte a chi aveva patito le sofferenze legate al sisma. Andammo in centri grandi, ma anche in luoghi più piccoli. Mi interessava molto l’idea di teatro che cerca di uscire fuori da se stesso e raggiunge anche luoghi in cui di solito non c’è».
Cambierebbe qualcosa nel suo percorso?
«Ci sono un paio di momenti in cui so che avrei potuto fare scelte diverse, che forse avrebbero portato una vita diversa, ma sono contento di quelle che ho fatto. L’unico rimpianto è non essere andato a studiare in America quando ho avuto l’opportunità. Ma mi presero per lavori in Italia ed ebbi troppa paura di perdere dei treni».
Quanto è importante portare la classicità, la letteratura, a teatro?
«Importantissimo. E’ una missione di etica culturale. Siamo uno dei Paesi che legge meno. Chi ha la fortuna di essere popolare e si occupa anche di teatro, ha il dovere morale di avvicinare le persone ai testi. Considero i reading una forma nobilissima di spettacolo».
Come vive la popolarità?
«In modo equilibrato. Essere popolare oggi è diverso. Attraverso la rete le persone hanno una forma di contatto diretto che facilita le cose, ma le rende anche più complesse perché si ha meno possibilità di filtro».
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