“Lotta con l’ape” Pomeriggio nell’eden

20 Agosto 2017

La casa a mezza costa, sul dolce pendio che scende al mare, la piccola linda masseria affittata nell’ipotesi di farne il sano recapito per una villeggiatura a metà tra la balneare e l’agricola, in...

La casa a mezza costa, sul dolce pendio che scende al mare, la piccola linda masseria affittata nell’ipotesi di farne il sano recapito per una villeggiatura a metà tra la balneare e l’agricola, in omaggio anche alle crescenti ragioni dell’agriturismo, a piedi e a cavallo, conferma presto gli enormi vantaggi che ormai non si possono più chiedere all’abitazione di città: la bella quiete ignota ai grandi condomini, il bel sole che gira da una facciata all’altra sì che è sempre presente almeno in un ambiente, quasi come succedeva al mitico impero di Carlo V, il bellissimo verde di fichi, olivi, pini mediterranei che s’intrecciano scoprendo a chiazze l’azzurro del mare…
E poi l’orticciuolo che si apre sul retro, ovverossia a monte, con i pomodori e i fagiolini da adacquare, come in un gioco, ogni sera prima che sia buio; e le voci dei pollai circostanti, il doloroso grido della gallina che fa l’uovo, il protettivo chicchirichì del gallo, il verso delle oche che somiglia tale e quale alla voce doppiata di Paperino… Bene, il piccolo eden sembra fatto.
Che cosa manca? In realtà c’è qualcosa che avanza. Vien da chiedersi: ma nel paradiso terrestre, quale fauna albergava? Non credo che nelle sacre scritture se ne parli, se non molto genericamente. Le mosche, per restare al dubbio più elementare: carezzavano dolcemente gli ozi delle due prime creature terrestri svolazzandogli attorno senza toccarle? E il ronzio della zanzara era solo un felice sottofondo musicale senza che preludesse alla picchiata assassina? E il bruco, saliva nel sonno a mettere a repentaglio l’integrità della foglia di cui si vestiva Eva? O si deve credere che prima del peccato nessun fastidio abbia arrecato agli abitatori del terrestre paradiso la sterminata piccola e minima fauna che abbia popolato quel luogo. Poi, dal tristissimo giorno della caduta, ecco che gli insetti di tutte le specie si sentirono delegati ad aggiungere il loro contributo, per quanto minimo e settoriale, alla immane pena che si spalancava davanti ai giorni e alle notti dei due peccatori. È probabile che il primo verme uscito a far capolino da un frutto provocando intrattenibile ribrezzo sia stato concepito dentro la fatale mela nel momento stesso in cui lo sventurato Adamo la mordeva. Di lì, dunque, oltre a tutto il resto di guai affanni dolori piombati su noi poveri mortali, anche la minutaglia delle cure per difendersi da api, mosche, coleotteri, zanzare, scarafaggi, gechi, millepiedi e un’infinità di piccoli animali alati e pedestri che normalmente trovano asilo in una casa di campagna, per quanto al bel cospetto del mare…
Infatti. Questa bellissima fauna insidia le meraviglie del piccolo eden eletto a sede di ritemprante soggiorno estivo, contro l’afa, il sudore, i tristi odori della città. Occorre imparare a convivere con tale campionario di creature del resto anch’esse di Dio, possibilmente tenerle a distanza evitando di ammazzarle, magari studiandone i costumi per convincersi che, a parte il primo comprensibile moto di ripugnanza che suscitano, esse non possono recarci gran male. Cos’è una formica nella minestra, e che danno potrebbe mai procurarci il minuscolo scorpioncino che sta scavalcando il davanzale della finestra, ammesso che giunga ad afferrare con le sue tenaglie un lembo della nostra pelle? Così il millepiedi che con un guizzo insospettabile da sprinter attraversa lo spiazzo in cemento davanti all’uscio e s’infiltra, prima che si abbia tempo di decidere se tentare di sopprimerlo con uno dei nostri piedi: quando più tardi lo vedremo pendere dal soffitto, si direbbe beatamente, sopra i piatti del nostro frugale desco serale, come trovare la forza di dar mano ad una ramazza, col rischio che ci cada davvero, allora sì, addosso?
Viene in aiuto, misericordiosa vestale, la poesia, ovvero nel caso specifico il poeta: Montale che racconta della moglie quando prelevava un insetto con un foglietto di carta piegato e lo depositava fuori della finestra, perché continuasse a vivere. L’enorme vespa di quella singolare razza bicarenata, che volteggia sulla nostra testa entrata da uno spiraglio dal quale ora non sa uscire, non si può abbatterla (oddìo, tentare di abbatterla) a colpi di scopa o lanciando il grosso asciugatoio di spugna piegato: bisogna aprire completamente la finestra e convogliarla verso il vano di luce, impresa non facile perché è come se quel volatile avesse perso la vista, batte sulle spallette, torna indietro, si tuffa contro la striscia di tapparella rimasta abbassata. Una fatica che porta al sudore, e poi a richiudere immediatamente le imposte quando il vespone ha imboccato finalmente la via della salvezza.
Eppure la furia omicida non sa trattenersi talvolta, se a farsi vedere è, per esempio, quell’insetto gonfio di letteratura per essere stato protagonista della “Metamorfosi” di Kafka, racconto che si riconfigura di colpo nella nostra memoria in tutta la sua repellenza. Per un’invasione di scarafaggi, subita da me allora ragazzo e dalla mia famiglia durante il passaggio del fronte, nella casa di certi contadini nella quale ci eravamo rifugiati, noi fummo allora pronti a rientrare nella nostra casa cittadina, disposti ad affrontare cannonate, spezzoni e bombe incendiarie, e magari la morte.
Ma nella masseria agro-marina la situazione non è affatto così grave, sicché la convivenza col variegato bestiario minimo può essere accettata. Oppure si possono far scattare difese “civili”, ordinando sicure zanzariere atte a difendere non solo dalle zanzare ma da tutte le altre eventuali offensive.
Poiché l’idea è stata del consorte, è presto la consorte a sentenziare, ahimè con prove di fatto inconfutabili, che la situazione è leggermente peggiorata. Gli insetti s’infiltrano, chissà come strisciando e rendendosi filiformi, e una volta entrati, come possono più uscire se… ci sono le zanzariere? Per mosche, vespe, zanzare e coleotteri vari è necessario che l’aria circoli, ammonisce la signora, che le finestre siano aperte in modo da creare correnti che finiscono per sospingere fuori quegli ospiti indesiderati. Anzi, si può azionare un grosso ventilatore (ecco la sua luminosa idea), e vedrete che il flusso violento d’aria allontanerà almeno le mosche, che sono poi l’ingombro peggiore soprattutto durante i pasti…
Il ventilatore vortica, a velocità doppia, girando lentamente da un lato e dall’altro, ma pare che il numero delle mosche sia aumentato. È possibile? Ma certo, c’era da prevederlo, spiega con naturalezza ostentata lui, rivalendosi. Col ventilatore l’ambiente è adesso assai più confortevole. Per le mosche, s’intende. Sembra proprio di sentirle darsi la voce, l’un l’altra, dicendosi allegramente: venite, correte, non lo vedete? Ci hanno messo l’aria condizionata!
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