Luciano Russi anche poeta Esce postumo “Ancora”

MARTINSICURO. Pubblicata dalla Di Felice Edizioni di Martinsicuro la raccolta poetica postuma “Ancora” di Luciano Russi (Cappelle sul Tavo 1944 – 2009). Come scrive Rosario Galli nel libro: «Poeta lo...
MARTINSICURO. Pubblicata dalla Di Felice Edizioni di Martinsicuro la raccolta poetica postuma “Ancora” di Luciano Russi (Cappelle sul Tavo 1944 – 2009). Come scrive Rosario Galli nel libro: «Poeta lo è stato sempre, anche esercitando con risultati molto più che brillanti, il “ruolo” di Professore di Dottrine Politiche, e poi di Rettore, a Teramo, oppure quando realizza un Centro di Studi e documentazione a Sapri e il relativo Premio Internazionale “Carlo Pisacane”, e nel frattempo inventa (sempre a Teramo) la consegna dei diplomi di laurea con una festa “Pergamene in concerto”, chiamando grandissimi cantautori, o realizzando uno dei suoi sogni, assumendo la presidenza della squadra di calcio del Castel di Sangro e riuscendo nel miracolo di restare in sere B per due anni consecutivi, e scrivendo su questa impresa un libro, Lilliput è salvo». Professore ordinario di storia delle dottrine politiche alla Sapienza di Roma e rettore dell’università di Teramo dal 1994 al 2005, Luciano Russi è ricordato soprattutto come studioso delle spinte ideologiche che hanno prodotto il processo politico dell’Unità d’Italia, e un intellettuale di confine tra la storia, la politica, la società, la poesia e lo sport. Carlo Prinzhofer: «La Poesia diventò per Luciano un “navigatore”; indicava quali e quante fossero le dimensioni della conoscenza: serve Arte per riconoscere l’Arte – servono molte domande per riconoscere noi stessi.» Renato Minore nella prefazione: «Quella di Luciano si potrebbe definire una poesia ginnica, ginnastica, etimologicamente: nuda, di puro movimento, che fa della lontananza una poetica dinamica dell’attuale, della contingenza, dell’urgenza. Il suo sguardo terso mira a lontananze cruciali e cogenti: l’origine e la sparizione, il lutto e la sopravvivenza. C’è un’acclamazione ferita nella voce. C’è un’inesausta tentazione di opporre un gesto, una fisicità, ancora e ancora, all’infinito nulla che noi siamo»