Maraini tra Sudamerica, letteratura e identità

La scrittrice racconta il viaggio in Argentina, Cile e Uruguay: «Tanto interesse per le radici italiane»
Tra la partecipazione a due fiere letterarie, «una delle quali in una città in mezzo a un deserto», e i ricordi di una Buenos Aires dove «anni fa Borges mi raccontò di aver sognato elefanti», Dacia Maraini ha in questi giorni rinnovato la propria passione per i viaggi visitando il Cile, l'Argentina e l'Uruguay, sempre a contatto con tantissimi “fan”, italo-sudamericani e non solo.
In occasione di una serie di iniziative nell'anno dell'Italia in America Latina, la scrittrice ha concluso la visita all'Istituto italiano di cultura di Buenos Aires, dove ha presentato il documentario “Appunti per una storia della letteratura italiana al femminile” insieme a Maria Giustina Laurenzi, direttrice del film.
«Con l'Argentina ci sono radici comuni. Uno dei nostri difetti è l'individualismo e l'anarchia, fatichiamo a fare rete, e avverto che anche qui non è molto diverso», ha sottolineato la scrittrice che ha scelto di vivere tra i boschi del parco d’Abruzzo, precisando che questi tratti comuni «sono un pericolo, ma anche fonte di una grande creatività». Tante le domande sui suoi ultimi romanzi (“Chiara D'Assisi, elogio della disobbedienza” e “L'amore rubato”), altri scrittori (Pasolini, Moravia) e sull'Italia. Per esempio sull'immigrazione, quella «dei nostri bisnonni, che avevano un bisogno di integrarsi potente e che hanno abbandonato la lingua. Ora vedo invece un nuovo interesse per le radici e per la lingua italiana».
Ma c'è anche «la crisi di oggi: il movimento dei popoli è inarrestabile. La soluzione? Difficile, ma bisogna fare in modo che nei paesi di partenza ci sia lavoro e stabilità. Bisogna lasciare da parte la tentazione di chiudersi, e accogliere in funzione del successivo ritorno a casa». In Cile, Argentina e Uruguay centrale rimane d'altro lato centrale il tema dell'identità. Su questo punto Maraini taglia corto: «È sbagliato rifiutare di averne più di una. Io stessa ne ho diverse. Non mi sento frammentata ma, anzi, arricchita». Sempre sul fronte della letteratura e della vita, oltre al presente, nei diversi incontri il pubblico le ha chiesto sul futuro («se penso alle nostre scrittrici, alla letteratura femminile, ci sono tante voci valide») e sul passato. Tra l'altro, sul padre Folco e sul periodo di prigionia da bambina in un campo di concentramento in Giappone: «una parte dolorosa della mia memoria, affrontata solo parzialmente in “Bagheria”. Ma prima di morire voglio tornare a parlarne e scrivere un libro». Durante la visita in Cile, l'autrice ha preso parte a un «festival» della letteratura ad Antofagasta, città del profondo nord del paese. «Un'esperienza molto interessante», ha raccontato al quotidiano El Mercurio, che le ha a sua volta domandato sul femminismo: «oggi le ideologie sono morte. Ciò che resiste è la pratica. Bisogna aiutare le donne in difficoltà e criticare pubblicamente le nuove modalità della misoginia».
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