Marcello Mastroianni, ironia di un antidivo

Al Museo dell’Ara Pacis a Roma l’uomo e l’artista in una mostra di fotografie con scatti anche dell’abruzzese De Antonis
ROMA. Emerge lo sguardo disincantato e autoironico di un divo che rifiutava di esserlo nella bella mostra allestita al Museo dell'Ara Pacis (26 ottobre - 17 febbraio) per celebrare il mito di Marcello Mastroianni.
In concomitanza con la Festa di Roma, questo allestimento a cura di Gian Luca Farinelli presenta al pubblico una corposa selezione di fotografie (circa 600), molte delle quali inedite, accanto a video e spezzoni di film che ripercorrono non senza un velo di nostalgia quella che Mastroianni chiamava «una vita tra parentesi», ossia quell’esistenza straordinaria da lui vissuta come una cavalcata nello spazio immateriale tra set e palcoscenici, accompagnato da un’infinità di personaggi.
Non è un caso che la mostra si apra non con le immagini dell’attore, ma con quelle dei suoi miti, da Gary Cooper a Clark Gable, accanto a Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi e Anna Magnani, a documentare la grande umiltà e l’assenza di retorica di un artista divenuto quasi “suo malgrado” icona del cinema italiano a livello internazionale.
La leggerezza e la malinconia, l’intelligenza e l’assenza di vanità di Mastroianni si rivelano al pubblico in un percorso coinvolgente che traccia un ritratto vero dell'uomo e dell’artista.
A guidare il visitatore è la lunga filmografia: La Dolce Vita e 8 e 1/2 su tutti, con le notissime immagini ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo e il rapporto speciale che lo legava a Federico Fellini, ma anche i film con altri grandi registi, da Monicelli a Risi, da Blasetti (inventore della fortunata coppia Mastroianni-Loren) a Comencini.
La mostra dà spazio anche al teatro, con tanti spettacoli, da Un tram chiamato desiderio – con la regia di Luchino Visconti e fotografo di scena il teramano Pasquale De Antonis –, in cui venne preso dal panico (e a trascinarlo sulla scena ci pensò Vittorio Gassman, all’ultima tournée di “Le ultime lune”).
A emergere in questo sentito racconto di una carriera eccezionale è anche quel non prendersi troppo sul serio, quel suo andare «al contrario» per ribellarsi a ogni classificazione forzata: a chi lo voleva sex symbol, latin lover e mattatore, Mastroianni ha opposto la normalità dell’uomo comune scegliendo accuratamente i ruoli da interpretare, dal protagonista impotente de Il bell'Antonio di Bolognini a quello omosessuale di Una giornata particolare di Scola.
Ma accanto al cinema (oltre 150 film) e ai tanti spettacoli a teatro, ecco in mostra le origini popolari e l’infanzia in Ciociaria, i primissimi film fatti per riuscire a mangiare e guadagnare qualche soldo, la famiglia, le figlie Chiara e Barbara (recentemente scomparsa), e le tante didascalie con le dichiarazioni dell'attore tratte da “Mi ricordo, sì, mi ricordo”, il film testamento girato dalla compagna Anna Maria Tatò: il risultato è un insieme appassionante di immagini e documenti, che raccontano non solo Mastroianni, uomo colto, elegante e sobrio, ma anche 50 anni della nostra Italia.
«Mastroianni ha mostrato un’ironia profondissima: anche di fronte alla morte racconta la vita con gioia, ed è un grande insegnamento per tutti», dice oggi Gian Luca Farinelli, curatore della mostra, «ha giocato tutta la carriera al contrario, ha scelto registi giusti, ha messo a proprio agio gli attori. Ha fatto emergere un italiano nuovo, non prevaricatore, capace di duettare con le attrici e anche di perdere».
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