Marta Russo e il sogno di «vivere intensamente»

Sempre su Rai due la docu-fiction tratta dai diari della studentessa uccisa alla Sapienza e dal processo
Non la protagonista di un eclatante caso di cronaca e neppure banalmente «solo» una vittima il cui viso tutti ricordano immortalato in una fredda fototessera, ma una studentessa appassionata di scherma con il sogno di diventare magistrato, pronta a «vivere intensamente la vita» e a essere felice «nel presente, per ogni attimo che vivo»: è con umanità che Marta Russo, uccisa a Roma nel 1997 a 22 anni da un proiettile mentre camminava nei viali dell’università, viene restituita nel documentario “Marta - Il delitto della Sapienza”, una coproduzione Rai Documentari e Minerva Pictures, per la regia di Simone Manetti, in prima visione domani alle 21.15 su Rai2.
Primo appuntamento di Crime Doc, un nuovo ciclo di 5 prime serate di Rai Documentari dedicate al crime, questo lavoro – scritto da Emanuele Cava, Gianluca De Martino e Laura Allievi, con la partecipazione di Silvia D’Amico che dà la voce a Marta e la supervisione di Fabio Mancini – procede lungo un doppio binario narrativo: da un lato la cronaca dell’omicidio, con la ricostruzione dettagliata della vicenda giudiziaria, dall’altro il ritratto intimo di Marta Russo realizzato attraverso le sue stesse parole e per questo reso ancora più autentico, grazie ai diari segreti a cui si ispira, ben 9 quaderni per circa 700 pagine, scritti dalla studentessa tra il 1985 e il 1996, e ritrovati per caso dalla sorella Tiziana. «Dopo 24 anni in cui Marta è stata solo una semplice foto senza anima, finalmente mia sorella torna a essere una persona», ha detto ieri mattina Tiziana Russo, presentando in Rai il documentario, «sono stata io a trovare i diari in uno zainetto nero, pensavo fossero appunti. Ho iniziato a leggerli ed è stato difficilissimo ma sono andata avanti per sentirla vicina, è una grande eredità. Ho capito che rendendoli pubblici potevo dare il racconto della sua vita e non della sua morte».
Le parole dei diari di Marta, ma anche la testimonianza della sua famiglia (il papà Donato, la mamma Aureliana e la sorella), accanto alle sue foto da bambina e i suoi oggetti personali, i filmati, i ricordi degli amici, diventano il filo conduttore e il nucleo emotivo di un racconto che, come ha affermato il regista Manetti, «parte da un atto dolente come la morte per raccontare la vita, come se fosse Marta a parlare di sé, come se potessimo darle ancora voce». Nel documentario, mentre si delinea il ritratto di una ragazza appassionata e ottimista («Dipende solo da noi essere felici nonostante accadano cose non belle. Penso che come non posso decidere sulle cose che il destino mi ha riservato, posso però decidere come prenderle e come viverle. Niente e nessuno può togliermi la speranza, l’ottimismo e la gioia», scriveva in uno dei suoi diari), viene ricostruita la terribile vicenda.
Lo spettatore si ritrova nella società dell’epoca, divisa tra colpevolisti e innocentisti: il caso processuale e mediatico viene riesaminato attraverso nuove interviste, articoli di giornale e documentazione delle indagini, immagini e video di repertorio del processo a Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, intercettazioni e deposizioni, telegiornali e trasmissioni tv, tutto materiale (in parte inedito) proveniente dagli archivi della Corte d'Assise di Roma e della Polizia di Stato oltre che da Rai Teche.

