Mauro Marino, coach di dialetto abruzzese e attore per “Pantafa”

L’artista racconta: «Nel mio provino parlavo in popolese» «Le riprese nel Lazio perché manca una Film commission»
TERAMO. «Ho fatto il provino per il film parlando in popolese. E il regista ha voluto che quello fosse il dialetto degli abitanti di Malanotte, l’immaginario paese sui monti abruzzesi in cui arrivano Marta e la sua bambina». Quando si è presentato al provino per una parte nel film Pantafa, Mauro Marino non immaginava di essere scelto, oltre che per un ruolo nel folk horror di Emanuele Scaringi, anche come coach per il dialetto. Il bravo attore popolese, apprezzato interprete di teatro, cinema, serie tv per Prime, Sky e Netflix, racconta al Centro l’incontro col regista e sceneggiatore romano di origine abruzzese per parte materna. Alle antiche leggende e credenze popolari, con le creature orrorifiche del folklore, mazzmarill’, streghe e, in questo caso, la pantafica che ruba il sonno ai bambini, si è ispirato Scaringi per l'opera seconda, prodotta da Fandango e uscita il 30 marzo anche nelle sale abruzzesi.
«Il film è pauroso il giusto. Non è un horror classico, anche se ci sono colpi di scena, ombre, presenze spettrali» spiega l’attore abruzzese «La protagonista Marta (Kasia Smutniak), si trasferisce dalla città nel paesino montano di Malanotte con la figlia Nina (Greta Santi), che soffre di paralisi ipnagogiche, un disturbo del sonno con allucinazioni». Marta pensa che aria di montagna e quiete gioveranno alla piccola, ma la nuova casa non pare accogliente e per le strade di Malanotte non si vedono bimbi. Fin dalla prima notte la bambina ha incubi in cui una figura spettrale le si siede sul petto, immobilizzandola e rubandole il respiro. Inoltre in paese le due vengono viste come intruse. A cominciare da Franco, personaggio interpretato da Marino: «Franco è il signorotto locale, è come un sindaco, la moglie ha l’unico negozio di alimentari e lui è quello che sovrintende a tutto, che organizza tutto in paese, anche i fuochi per il Ballo della Pupa, tradizione abruzzese ripresa nel film». Parlando dei personaggi Marino sottolinea: «Franco, come tutti i paesani, sente il fastidio per l’arrivo di Marta dalla città, teme che possa sconvolgere abitudini e tradizioni. Le sorride, è gentile con lei, ma le lancia pure occhiate di diffidenza. Orsa, personaggio che riassume in sé superstizioni e tradizioni, entrerà proprio in conflitto con Marta, mentre la bambina ne rimarrà affascinata».
L’attrice emiliana Betti Pedrazzi (zia Orsa), il romano Mario Sgueglia (nipote factotum di Orsa) e il calabrese Francesco Colella (il “cowboy”) sono gli attori affidati da Scaringi al coaching di Mauro Marino, che ha insegnato loro a parlare in dialetto abruzzese: «Ho dato il colore del linguaggio e ne sono stato molto felice. Finalmente con questo film il dialetto abruzzese, che serve a marcare la distanza tra Marta e il paese, accede a un podio più alto e non è più solo il linguaggio di un carattere per far ridere. Si è trattato anche di calibrarne il livello, più stretto nel caso di Orsa, meno nel caso dei giovani. Per il personaggio di Orsa ho tradotto i proverbi abruzzesi nel dialetto di mia nonna».
Per Marino Pantafa è il secondo film “abruzzese” non girato in Abruzzo, dopo Astolfo di Gianni Di Gregorio: «Scaringi voleva girare in Abruzzo per ragioni affettive, ma in assenza di una film commission operativa non era semplice e così le riprese sono avvenute nel Lazio, in un territorio al confine con l’Abruzzo e dal paesaggio simile, tra Arcinazzo, Àrsoli, il lago del Turano. Facciamola nascere questa film commission in Abruzzo! Abbiamo un territorio bellissimo che però viene raccontato attraverso territorio somiglianti (idem per L’Arminuta di Bonito, n.d.c). Da abruzzese mi dispiace molto».
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