Mimmo Locasciulli «In Cenere canto il tempo che arde»

15 Ottobre 2018

Il cantautore, medico e scrittore pennese racconta la genesi del disco in uscita a novembre

PESCARA. «Mi fa incavolare il confronto tra la mia età anagrafica e quella biologica. Ma non posso essere diverso da come mi sento, sono sempre proiettato, in azione, alla conquista, non sono uno statico. Vorrei morire il giorno dopo l’ultima sfida». L’ha detto, infine. Mimmo Locasciulli, il medico e cantautore pennese di origine, è uno che cova sotto le ceneri, uno che ha bisogno di passioni per sentirvi vivo. Più che vitale, è uno spirito «irrequieto» come ammette in questa chiacchierata telefonica per l’uscita, il 9 novembre, del suo nuovo disco, “Cenere” (HOBO/Believe Digital).
Perché questo titolo?
«Non c’è una logica nei titoli. “Cenere” è piuttosto la risposta a una logica emotiva. Solitamente la cenere è assimilata alla fine di qualcosa. Ma dalla cenere si risorge. La cenere è un divenire, è conservazione, testimonianza. Si dice “covare sotto le ceneri” per intendere qualcosa che continua a esistere, ardere come la brace che può sprigionare una fiammata al primo soffio».
Ha appena ultimato il montaggio del video che anticipa l’uscita dell’album. Di che brano si tratta?
«“Cenere” racconta di uno scorrere del tempo e di ciò che resta, il tempo brucia le cose, la materia. La cenere ne è la trasformazione. Ma non è una canzone cupa né pessimista, direi senz’altro luminosa. C’è la presenza straordinaria di Alessandro Haber, un mezzo pazzo svanito che dirige il vuoto, l’infinito con una bacchetta, come un’orchestra. Dirige lo spirituale della vita, ciò che non si vede. E termina dirigendo un grammofono rotto con su un disco rotto. Significa che se sei un direttore d’orchestra continui a farlo anche se l’orchestra non c’è più».
Dove ha realizzato il clip?
«Tra le montagne al confine tra Abruzzo e Lazio per la bellezza dei luoghi, non volevo “scadere” nel solito profilo del Gran Sasso o della Maiella. Ho scelto un luogo- non luogo, un posto indefinito ma bello per la purezza della natura».
Nel disco ci sono partecipazioni importanti.
«Sì e ci tengo a nominarle sebbene non siano nomi altisonanti per la massa. C’è Büne Huber, frontman e anima dei Patent Ochsner, strepitosa rock band bernese premiata lo scorso anno con gli Award, miglior gruppo, miglior album e miglior live, la nostra collaborazione va avanti da 15 anni e dal 12 al 15 dicembre faremo 4 concerti insieme. Al mio disco hanno collaborato anche Enrico Ruggeri, Pacifico, Fabrizio Bosso e la cantante franco-senegalese Awa Ly».
La sua anima è rock?
«È musica: classica, jazz, blues, rock e tutta la bella musica che mi emoziona. Mi riconosco più negli autori storici con i quali ho trovato affinità: Dylan, Bono, Springsteen, Vasco, De Gregori, anche Jovanotti continua a piacermi. Bisogna distinguerli dal ruolo del cantante che rappresenta il tempo che vive, tra questi metto Caparezza e Frankie hi-nrg mc, non gli sfigati con la gobba che si piangono addosso».
Letteratura?
«Francese: Stendhal, Proust. E Calvino. Non leggo i contemporanei viventi. Più che letto ho divorato i libri di Donatella Di Pietrantonio, mia cara amica e compaesana. La cultura non deve essere erudizione o consumo ma bellezza, anche tutela del paesaggio, tradizioni, agricoltura. Invece, lo dico amaramente, nel dieci per cento delle famiglie italiane manca un libro da leggere, i soli film che vedono sono cinepanettoni, le riviste che leggono parlano solo di gossip. Bisogna distingure anche nella musica, quella pop, le canzonette che passano per radio. Sono suonate bene, ma hanno dentro quel nulla che sta avvolgendo la gioventù che vive attaccata al telefonino. I ragazzi di oggi dicono di darsi l’amicizia ma questo è offensivo, l’amicizia è un dare e avere che scambi ogni giorno e non qualcosa di virtuale».
L’Abruzzo ha uno spazio importante nella sua vita?
«Ho dedicato un capitoletto nel libro che ho scritto ultimamente, “Come una macchina volante”. Il mio inizio è qui tra le montagne, dico. Quando sei all’inizio sei come una carta assorbente, l’Abruzzo è il legame, l’imprinting».
Come è stato accolto il suo libro?
«Molto carinamente. Continuerò col tour di presentazione fino a primavera, sono stato invitato da festival letterari. Chi l’ha letto si è riconosciuto nel racconto della generazione degli anni ‘60 e ‘70, ai giovani ho fatto scoprire un Abruzzo del dopoguerra che non conoscevano».
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