«Molla l'osso, razza di bastardo! Ti taglio le mani stavolta...»
Pubblichiamo il racconto “Due dita di vino” vincitore del concorso “Qual è il Centro d’Abruzzo”. di ANDREA MARIANI «Molla l'osso, razza di bastardo! Ti taglio le mani stavolta, se t'acchiappo!»....
Pubblichiamo il racconto “Due dita di vino” vincitore del concorso “Qual è il Centro d’Abruzzo”.
di ANDREA MARIANI
«Molla l'osso, razza di bastardo! Ti taglio le mani stavolta, se t'acchiappo!». Aveva la faccia paonazza come un San Marzano maturo, Gino. Lungo le viuzze anguste di Bucchianico, con una catena di salsicce di fegato che sventolava come un aquilone dietro di lui, Nunzio correva a perdifiato. Le sue scarpe malconce calpestavano il suolo ghiaioso con un clap clap piacevolmente ritmico, fra l'odore fresco dei panni stesi e un sole che incendiava le pareti della chiesa risplendendole di un bianco accecante. Era una solfa che si ripeteva tutte le settimane: Gino strillava tra le venuzze del borgo, e Nunzio rubava. Lo faceva per fame, questo Gino lo sapeva, per cui si limitava a berciargli dietro fino alla sincope. Certo, avrebbe potuto imbracciare la sua vecchia lupara - come aveva fatto anni addietro con quello sconosciuto che aveva provato a fottergli la vespa carica di ben quindici forme di pecorino impagliato, il migliore d'Abruzzo... Ma tutti in paese conoscevano Nunzio. Figlio di contadini, era rimasto orfano dopo un tremendo incidente d'auto. Dall'età di dodici anni passava le giornate a cercare lavoretti in giro per il paesino, rubacchiando un po' per arrotondare. Se c'era qualcosa che quel diavolo sapeva fare dannatamente bene era cucinare, ma ricercatore dell'invenzione a tutti i costi com'era, si spingeva a raccattare qua e là ingredienti per esprimere la sua arte. Quando si è ricchi di idee e talento si è poveri di denaro, e non rimane che rimboccarsi le maniche e arrangiarsi alla bene e meglio.Fu così che, nel giorno più importante per Gino, il cuoco del suo ristorante scomparve nel nulla, come un perfetto ma perfido gioco di prestigio. Il pranzo del matrimonio di sua figlia era pronto a metà, e non c'era nessuno a completare l'opera. Un po' per incoscienza, un po' per disperazione, Gino si ritrovò addirittura a metter piede lui nella dispensa, tentando di far mente locale e cercando combinazioni per rendere squisite le portate. Una roba da pazzi. Fino a quando, nella sua agitazione scoppiata, non scorse Nunzio intento a sgattaiolare fuori da una finestrella troppo piccola per lui. Questa volta lo afferrò, lo buttò a terra e fece per menarlo, ma a due centimetri giusti dalla faccia del poveretto si bloccò.
«Nunzio! Amico mio! Che fai lì a terra?» esclamò con un sorriso. «Su, alzati e beviamoci due dita di vino, da buoni amici, eh?». Gli porse così un bicchiere di Montepulciano rosso sangue, che pulsava all'impazzata nel cuore del disgraziato. «Oh, ma lo sai? Oggi puoi ripagarmi di tutti i prestiti che ti sei concesso!» gli disse. Prese quindi un grembiule bianco, un vecchio cappellino, e glieli lanciò sorridendo. Incredulo, il ragazzo non se lo fece ripetere due volte. Allacciò il grembiule, serrò in capo il cappellino e scolò il suo vinello. Il resto fu soltanto una meravigliosa festa. Perché se è vero che la generosità a volte nasce dall'opportunità, pur sempre generosità questa resta, e in questo gli abruzzesi son maestri d'arte. Gente dal cuore grande, è vero, ma pratica e concreta nel midollo, capace di suggellare piatti e patti con due dita di vino.
