Monaldo Leopardi, il terribile «signor padre»

18 Novembre 2020

Nel libro pubblicato dal teatino Solfanelli “Catechismo sulle rivoluzioni” l’influenza paterna sul poeta

CHIETI. Chi era Monaldo Leopardi? Era il padre del poeta Giacomo e c’è da giurare che moltissimi lo sappiano, magari sulla base di memorie scolastiche, insediatesi nei verdi anni grazie anche a un nome così inusuale e a un cognome così conosciuto.
Il “signor padre” (1776-1847) – come lo chiamava con riverenza Giacomo nella corrispondenza intercorsa tra loro, dopo che il poeta aveva finalmente lasciato, a 27 anni, Recanati – era figlio del conte Giacomo (del quale darà al proprio primogenito il nome) e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, primo anch’egli dei discendenti d’una delle famiglie più illustri della Marca Pontificia.
Orfano dai 4 anni, affidato a una tutela familiare, istruito da un precettore gesuita, Monaldo fu costretto a cimentarsi con l’amministrazione dei beni ereditari già prima dei vent’anni, con risultati disastrosi; che costrinsero – dopo il suo matrimonio nel 1797 con la marchesa Adelaide Antici, madre del poeta – la moglie e i parenti di lei a ritenere opportuno occuparsi loro del patrimonio, sollevando da responsabilità lo sposo e lasciandolo alla costituzione della famosa biblioteca di ventimila volumi immortalata dal primogenito come alveo di “studi matti e disperatissimi”.
Ebbene quanta parte ebbe Monaldo Leopardi nel creare, non solo nel generare, il nostro Giacomo? Molta.
A capirlo aiuta la riedizione del libro di Monaldo “Catechismo sulle rivoluzioni” pubblicato poche settimane fa dall’editore teatino Solfanelli (postfazione di Francesco Maurizio di Giovine, pp. 161, euro 14), a cura di Gianandrea de Antonellis, autore quest’ultimo, per lo stesso editore, già del volume sui più noti “Dialoghi” del conte padre; e qui intento a riproporre, sotto un unico titolo, in realtà due sue opere, il “Catechismo” del 1831 e gli “Esercizi spirituali” del 1832.
Per rigore di restituzione storica de Antonellis è abbastanza benevolo con Monaldo – ad esempio nel dar conto di come sia stato un intellettuale di prestigio, pur costantemente aggregato alla parte più tradizionalista del pensiero antiliberale sullo Stato e quanto mai reattivo rispetto alle inquietudini della Rivoluzione francese; asserragliato nel rivendicare la derivazione divina del magistero e del potere anche temporale dei papi, su posizioni imbarazzanti persino per questi ultimi, costretti poi a prenderne le distanze.
Sulla retrività di tali posizioni de Antonellis non fa sconti – al di là di qualche tratto di percepibile simpatia – a questa figura irriducibilmente legata a un passato forse reale, forse invece immaginato già al tempo del figlio; aprendo anche a noi, sedotti dalla contemplazione senza tempo della condizione umana fissata ne “La ginestra”, una pagina preziosa per capire da quali angusti ambiti culturali di famiglia, con sofferenza vissuti da Giacomo, si siano dischiusi al mondo gl’ “interminati spazi” del “pensier” suo.
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