Monsignor Forte racconta Gerusalemme la Santa

La città delle religioni monoteistiche in un saggio dell’arcivescovo di Chieti-Vasto «Il possibile laboratorio dell’umanità nuova dove tutti siamo nati e rinasceremo»
Questa “Gerusalemme” (2019, ETS - Edizioni Terra Santa, 110 pagine, 13 euro) doveva vedere la luce nella produzione di monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, voce altissima del pensiero e della saggistica cristiana. Non è infatti solo la città più volte visitata, amata, fatta propria - come la sposa veterotestamentaria (icona della città celeste e poi della Chiesa) - a ispirare l’autore. E’ l’essere parte profonda della sua poetica, giacché i luoghi della presenza spaziotemporale del divino, nella figura del Cristo, parlano con priorità al suo cuore. C’è dunque una vocazione gerosolimitana in Forte? Assolutamente sì. Ecco come si spiega la commozione nel descriverla, palpabile in ogni pagina, sia essa di storia, sia di teologia; sia di meditazione, sia di contemplazione. La «Città di Davide, dei Patriarchi, dei Profeti, di Gesù e degli Apostoli ci chiama lungo sentieri che esigono generosità, pazienza e soprattutto speranza fiduciosa nelle promesse del Dio dell’alleanza».
Queste riflessioni vengono sollecitate da una serie di domande che Giuseppe Caffulli (giornalista e direttore delle riviste edite in Italia dalla Custodia di Terra Santa) rivolge all’arcivescovo. Per le prime cinquanta facciate il libro si pone come una sorta di intervista, per poi affrancarsi, in quattro sezioni successive (“Abramo e il Monte Moria”, “Davide e Sion”, “Maria, figlia di Sion”, “Gesù e Gerusalemme”) da questa struttura e aprirsi alla più pura riflessione e contemplatività, culminando nella “Preghiera per il pellegrinaggio in Terra Santa” e concludendosi con una ricca Appendice cronologica sulla storia della Città dal 4500 a. C. ai nostri giorni.
Ogni contraddittorietà di Gerusalemme è vagliata: l’avere nella sua radice la parola Shalom, pace, ed essere uno dei luoghi più conflittuali al mondo; la sua natura ecumenica e l’essere luogo di scontro d’intolleranze; il rappresentare la città dell’unico Dio e l’ospitare, dalla spianata del Tempio e nelle sue adiacenze, i massimi monumenti di tre religioni. Uno sguardo all’oggi non può che essere preoccupato. Non può che tenere realisticamente conto dell’incandescenza ed esplosività di ciò che si scontra in un unico sito; delle tante vite umane e delle sofferenze che popoli - in fortissima conflittualità, oggi – causano l’uno all’altro; del tanto sangue che da sempre è scorso tra le sue mura. E poiché questa Gerusalemme di Forte è anche un libro attuale, non mancano angosciati riferimenti ai recenti fatti internazionali, dati dallo sbilanciarsi di alcune potenze sul riconoscimento d’una sovranità esclusiva di Israele su luoghi secolarmente abitati anche da altri popoli/culture e oggetto di rivendicazione da parte loro.
Ma al di là di questa fase della sua sempre travagliata storia, Gerusalemme resta il luogo terreno, l’hic et nunc della nuova ed eterna alleanza di Dio con l’Uomo. Ogni mistero si svolge in essa ed ogni rivelazione le appartiene.
Qui continua ad ardere il roveto che mai si spegne, perché è prioritariamente il luogo dove ora con fuoco, ora con vento leggero; ora con tuono, ora con nube; ora in forma di colomba, ora in forma umana (coi profeti e, sommamente, nella pienezza dei tempi, col Cristo), l’Alterità ha scelto le forme della sua epifania, del suo manifestarsi. Con occhi rapiti dunque l’intellettuale credente Forte contempla «le forme incantate» di Al Quds, «la Santa». Chiunque, «visitandola, può riconoscervi il possibile laboratorio universale dell’umanità nuova, perché è lì che tutti siamo nati ed è lì che tutti rinasceremo, nella valle di Giosafat», scrive, citando il salmista. «Anche per questo è giusto insistere sull’idea del legame della Chiesa alla Città, un’idea che ha un triplice fondamento teologico. In primo luogo, la Chiesa viene da Dio ed è, esattamente quello il luogo metaforico della convocazione (in ebraico qahal, in greco ecclesia, da ek-kaleo)». Poi per converso è luogo di partenza di ogni evangelizzazione, di ogni missione: «Chi ha incontrato l’amore di Dio fatto carne, non può tenerselo prigioniero nel cuore, ma è chiamato a parteciparlo agli altri», giacché la effusione è il moto – archetipico, incontenibile - di ogni positività, come insegna il canone del bonum effusivum sui, della tendenza del bene a irradiarsi sugli altri. E per questo, infine, è luogo di elevazione universale, perché chiunque cerchi il divino, come un pellegrino, da qualunque parte giunga, guarderà in alto a Gerusalemme, posta sopra un’altura.
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