Montauti, l’opera del maestro dell’essenziale

19 Dicembre 2021

Apre a Teramo “Ho fiducia nella mia fantasia”. L’esposizione abbraccia l’intero lavoro del pittore amato da Carrà e Morandi

TERAMO. «Ho fiducia nella mia fantasia e nel mio sprezzante mestiere per puntare verso una introduzione primigenia di elementi che mi dà certezza di approdo, schivo di eclettismo». Questa sorta di conciso manifesto dell’artista sulla sua ispirazione e pittura, scabra ed essenziale come la pietra della montagna da cui proveniva, il Gran Sasso, è alla base della mostra antologica “Guido Montauti. Ho fiducia nella mia fantasia” che si apre oggi Teramo nei locali de L’Arca - Laboratorio per le Arti Contemporanee, dove resterà allestita fino al 1° maggio.
Montauti, nato il 25 giugno 1918 a Pietracamela, paese arrampicato alle falde del Corno Piccolo, è stato un pittore significativo del Novecento, ammirato in Francia e lodato da artisti quali Giorgio Morandi, Virgilio Guidi, Remo Brindisi, e critici come Bruno Corà, Enrico Crispolti. Promossa dal Comune di Teramo – assessorato alla Cultura e curata dal critico d’arte Umberto Palestini e dalla storica dell’arte Ida Quintiliani, la mostra sarà illustrata alle 17 nell’Ipogeo dai curatori con il sindaco Gianguido D’Alberto e l’assessore Andrea Core, insieme alla responsabile del Polo museale Gioia Porrini, presenti i figli dell’artista, Giorgio e Pier Luigi, che hanno prestato alla mostra una sessantina di dipinti paterni oltre a disegni e documenti dell’archivio familiare, tra cui la lettera scritta a Montauti da Giorgio Morandi nel febbraio del 1962.
Sottolinea in proposito Palestini: «Guido Montauti trova attenzione critica da parte di importanti artisti. Una cosa particolarissima che non sempre accade nel mondo dell'arte». Fino al 1962, per una decina di anni Montauti visse e creò in Francia, dove colpì critica e pubblico esponendo nella galleria parigina Art Vivant e si guadagnò l’amicizia e stima di personalità come Dubuffet, Matta, Pignon. Ma già in patria nel dopoguerra aveva mostrato con successo i suoi lavori a Milano e Venezia (dove nel 1950 tornerà per la 35ª Biennale) e stretto legami con Carrà, Brindisi, Morandi e il poeta Diego Valeri. Frammenti critici accompagnano la mostra a L’Arca, che ha inoltre il merito di far “sentire” la voce di Guido Montauti attraverso sue riflessioni, che su pannelli accompagnano il percorso espositivo, articolato su una linea diacronica che abbraccia esemplarmente tutte le fasi della sua produzione, nella sua evoluzione nel tempo, dagli anni Trenta agli anni Settanta, quando Montauti muore, a Teramo, il 14 marzo 1979, a 61 anni. Gli è sopravvissuta a lungo la moglie Adelaide Di Iorio, professoressa di storia e filosofia nel liceo classico Delfico di Teramo, morta a inizio ottobre a 101 anni. Insegnante era stato anche Guido Montauti, docente di figura disegnata nel liceo artistico di Teramo che porta il suo nome. Tutti i periodi della sua produzione sono rappresentati nella mostra, aperta come viatico dall’olio “Gran Sasso" (1933-38) e chiusa dalle opere degli anni Settanta in cui la ricerca dell’artista si concentra sull’astrattismo e sulla riflessione sul colore e la sua progressiva sottrazione («Il bianco è una rivelazione, i colori vi debbono appena entrare»). In mezzo le opere figurative e di paesaggio, sempre più primitive ed essenziali, impregnate della sua origine montanara e indole solitaria, ma pure dall’amore per le opere quattrocentesche dei “fiorentini nuovi”, in particolare Masaccio. Uomini-roccia, come quelli raffigurati nelle monumentali pitture rupestri delle Grotte di Segaturo, nella sua Pietracamela, realizzate insieme al Pastore Bianco, il gruppo fondato da Montauti nel 1963 (coi pittori Alberto Chiarini, Diego Esposito, Pietro Marcattili e il pastore Bruno Bartolomei), il cui manifesto fu pubblicato dal Corriere della Sera. A corredo di “Ho fiducia nella mia fantasia” il bel catalogo a colori coi testi critici di Palestini e Quintilini. L’esposizione ha il sostegno della Fondazione Tercas e l’organizzazione dell’associazione Big Match. Partner è l’Accademia Raffaello di Urbino, città dove la mostra andrà dopo Teramo.