Moro rapito e ucciso memorie e narrazioni di un Paese ferito

11 Maggio 2016

Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, dal 16 marzo al 9 maggio 1978, è il tema del libro “Il caso Moro. Memorie e narrazioni” a cura di Leonardo Casalino, Ugo Perolino e Andrea Cedola, edito da...

Il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, dal 16 marzo al 9 maggio 1978, è il tema del libro “Il caso Moro. Memorie e narrazioni” a cura di Leonardo Casalino, Ugo Perolino e Andrea Cedola, edito da Transeuropa (288 pagine, 27 euro). Il volume, da poco pubblicato, raccoglie undici interventi di altrettanti studiosi che, da diverse prospettive critiche, riflettono sulle modalità di rappresentazione del caso Moro nella narrativa e nel cinema italiano dagli anni Settanta a oggi. Una particolare attenzione è rivolta alla presenza del caso Moro e degli Anni di piombo nel romanzo italiano contemporaneo. A questo tema è dedicata la raccolta di saggi, con approfondimenti in particolare sui testi di Giorgio Vasta, Francesco Piccolo, Piero Pieri, Francesca Melandri, Pippo Delbono. Gli autori sono: Leonardo Casalino (Université Stendhal, Grenoble), Ugo Perolino (Università di Chieti Pescara), Andrea Cedola (Università di Cassino e del Lazio Meridionale). Gli autori dei saggi: Leonardo Casalino, Andrea Cedola, Monica Jansen, Ugo Perolino, Stefano Magni, Maria Bonaria Urban, Fabrizio Cilento, Sciltian Gastaldi, Daniele Fioretti, Cecilia Ghidotti, I. Puskas. Il libro è stato pubblicato L’opera è stata pubblicato con il contributo del Dipartimento di Lingue, letterature e culture moderne dell’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara. Pubblichiamo in questa pagina u n passo del saggio di Ugo Perolino, pescarese, docente dell’ateneo d’Annunzio, intitolato “La cripta e il fantasma. Narrazioni e memorie degli anni di piombo in Baliani, Pieri, Delbono”.

di UGO PEROLINO

Le narrazioni del caso Moro risultano prevalentemente consegnate alle figure antagoniste della vittima e del complotto. Riprodotte infinite volte e ritualizzate dall’uso mediatico, le fotografie scattate dai brigatisti durante il sequestro inscenano lo stadio archetipico della condizione vittimaria e costituiscono la più diretta testimonianza della riduzione di Moro da uomo di potere a vita inerme. Proprio in virtù di questa spoliazione l’immagine si universalizza, diviene puro spazio proiettivo. «Di tutto l’accumulo di dolore, sofferenze e folli disegni che sottendono e seguono questo atto – ha scritto Marco Belpoliti, analizzando la seconda istantanea, quella del 21 aprile – l’unica cosa che mi pare ancora significativa è lo sguardo di Aldo Moro».

Privato delle insegne e della regalità del potere, l’ostaggio presta il suo volto alla raffigurazione di un trauma emblematico dell’intera storia degli anni di piombo.

Per singolare eterogenesi le fotografie scattate dai brigatisti, documento di un dominio pieno e incontrollato, mutano di segno nella centralità del sacrificio. Lo sguardo di Moro «buca la storia», «si sottrae a ogni linguaggio simbolico» (Belpoliti).

Come è stato rilevato, le narrazioni centrate sulla vittima sono pervase da una sottile trama di relazioni proiettive e legami identitari. Innalzata a emblema di altre esperienze traumatiche, non direttamente sperimentate, l’immagine di Moro patisce un significativo riposizionamento dal contesto originario, acquisisce uno spessore “estetico” che rivela una perdita di fattualità e di storicità. Dalla torsione dei dati evenemenziali – il caso Moro come specchio della crisi della Repubblica – deriva una modalità di rappresentazione reperibile tanto nel pamphlet di Sciascia, L’Affaire Moro (1978), su cui si modella la linea della narrativa sacrificale,quanto nel monologo di Baliani, dove agiscono una memoria e un controcanto generazionali. La priorità assegnata al modello sacrificale, anche nei percorsi della memoria collettiva, si riflette nell’economia di un racconto fondato sulla logica del capro espiatorio, che proietta con la massima evidenza la prospettiva della vittima, dal momento che «the sacrificial narrative is above all a form of self-representation, the progressive awareness of being the subject of a scapegoat mechanism, of a victimary persecution». Consapevolezza persecutoria testimoniata dalle lettere della prigionia con voce straziata e durissima: «Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese?».

Occorre però sottolineare la lucidità che informa le note di Sciascia, il suo rifiuto delle mistificazioni politiche e letterarie intorno alla figura di Moro e al suo partito, del resto coerente con tutto il percorso precedente dello scrittore siciliano e con la sua ispirazione laica e illuminista: «Moro non era stato, fino al 16 marzo un “grande statista”; era stato, e continuò a esserlo anche nella “prigione del popolo”, un grande politicante: vigile, accorto, calcolatore; apparentemente duttile ma effettualmente irremovibile». Al leader della Democrazia cristiana Sciascia attribuisce una «visione tutta in negativo, in negatività, della natura umana», una capacità di leggere e interpretare pulsioni e appetiti socialmente tossici. In questa «sua strategia convergevano due esperienze, ataviche e personali: il cattolicesimo italiano e quella versione, nella più cruda e feroce quotidianità, del cattolicesimo italiano che è la vita sociale (cioè asociale) del meridione d’Italia».

Nel quadro teorico degli studi sulla postmemoria Gabriele Schwab ha centrato la sua indagine sulle tracce silenti e sul ritorno di contenuti spettrali, mutuando dalla psicoanalisi di Nicolas Abrahams e Maria Torok la teoria della trasmissione del trauma e la metafora della cripta, uno spazio psichico inaccessibile nel quale è racchiuso il ricordo di eventi intollerabili. Ciò che è sepolto – senza tuttavia essere colpito da rimozione – è conosciuto dal soggetto ma non può essere reso disponibile alla coscienza. Per questa via il trauma viene incorporato senza passare attraverso il lavoro del lutto ed è destinato a ritornare in forma fantasmatica.

La cripta indica l’organizzazione e il culto a livello personale, familiare, o anche collettivo, sorto attorno a un fantasma che è stato rinchiuso (è, letteralmente, un morto vivente) e che viene custodito come un segreto tramandato di generazione in generazione. La sua natura è persecutoria, compulsiva, distruttiva; la sua immanenza spettrale conserva le tracce di eventi disumanizzanti tanto dalla parte delle vittime come dalla parte dei carnefici.

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