Morto il giornalista Cancogni
«Era per vincere l'indifferenza e la noia che gli uomini avevano inventato la retorica delle passioni, delle complicazioni sentimentali, i problemi del male, della religione, della politica» scriveva...
«Era per vincere l'indifferenza e la noia che gli uomini avevano inventato la retorica delle passioni, delle complicazioni sentimentali, i problemi del male, della religione, della politica» scriveva Manlio Cancogni, scomparso ieri a 99 anni, in “Azorin e Mirò” scritto negli anni '40. Nato a Bologna il 6 luglio 1916 Cancogni, prima professore nei licei di Storia e filosofia, divenne poi un giornalista di qualità, autore di inchieste storiche come quella del 1956 pubblicata da L'Espresso col titolo ormai proverbiale “Capitale corrotta = Nazione infetta”. Nel 1976 è stato l'ultimo direttore de La Fiera Letteraria , poi dal '78 ha soggiornato a lungo in America, firmando corrispondenze e anche insegnando Letteratura italiana allo Smith College, nel Massachusetts. Militante del Pci durante il periodo della resistenza, approdò poi al Partito d'Azione. Fu collaboratore di giornali che vanno da Il Popolo al Mondo, per arrivare quindi a essere una firma del Corriere della Sera e poi de Il Giornale Nuovo con Montanelli, fedele a quella linea di libertà individuale che non voleva fosse definita né di destra né di sinistra, senza mai però lasciare la letteratura e smettere di curare la propria scrittura, limpida e intensa.

