Myriam e Fiorella per le donne africane

20 Febbraio 2020

La fotografa avezzanese Fossellini e la cantante insieme per Amref

AVEZZANO. Myriam Fossellini è una esperta fotografa nata in Belgio 53 anni fa, ma avezzanese per scelta di vita, diventata parte integrante con il suo obiettivo di un importante progetto di Amref Health Africa contro una delle forme più drammatiche di violenza sulle donne: le mutilazioni genitali femminili.
Lo è diventata volando in Kenya al fianco di Fiorella Mannoia: la cantante e il portavoce de I Sentinelli Luca Paladini hanno scelto di seguire Amref Italia in una delle aree più affascinanti e remote del Kenya e a gennaio hanno fatto visita ai progetti di contrasto alle mutilazioni genitali femminili nella Contea di Samburu.
Per l’occasione Fiorella Mannoia si è misurata con il mezzo fotografico, realizzando un reportage pubblicato dalla rivista 7 del Corriere della Sera, e che diventerà una mostra. Il lavoro di Fiorella è stato documentato da Myriam. La fotografa ha puntato il suo obiettivo sapiente su una realtà particolare e sullo sguardo della testimonial d’eccezione su di esso. Il progetto dunque, nella parte documentale necessaria per la divulgazione a livello mondiale della battaglia di Amref, si è garantito una miscela tra l’occhio della professionista abruzzese e quello dell’artista romana per la quale Abruzzo tutto e la Marsica in particolare sono una «seconda casa», grazie al musicista avezzanese Carlo Di Francesco, il suo compagno da oltre 12 anni.
«Ho fotografato gli sguardi di un’Africa che vuole rinascere», Il commento di Mannoia. Un entusiasmo speranzoso condiviso da Myriam. «Ho accompagnato Fiorella perché ci conosciamo, sono di Amref e siamo andati a vedere per lavoro ciò che fa questa organizzazione fa a fianco gli degli africani sul dramma delle mutilazioni femminili», racconra. «Si tratta di una pratica ovviamente illegale in Kenia, ma ha radici antichissime e viene praticata tra le tribù delle zone interne. Amref manda i Champions che fanno educazione sessuale, mediazione culturale, un’azione estesa e fitta. I risultati si stanno vedendo. Non si tratta di una crudeltà fine a se stessa», spiega la fotografa, «il “taglio” è sentito ancora come una sorta di protezione delle giovanissime spose, “assicura” loro un futuro. Ma sono in tanti a non accettarlo più. Ero lì quando un ragazzo ha portavo al centro la sorellina destinata a questa pratica. Ho visto tanti lavorare per spiegare a più livelli e arrivare ad avere l’avallo dei capi e sostituire questa tradizione. Che è accompagnata da una festa, ma è orribile, molte giovani muoiono per le infezioni, restando con le gambe legate per un mese in una capanna». Cosa raccontano le vostre foto? «Un dramma, ma anche il lato bello di un Paese che si vuole riscattare».
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