Nella casa lei non c’è, penso ad altro

Un uomo, una donna e il non detto che accompagna un nuovo inizio e una eterna fine
Alla partenza mancavano meno di due ore. Sapevo già come sarebbe finita.
Le ho detto: «Vorrei una casa mia, non molto grande, una ottantina di metri in tutto».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «Un soggiorno grande, non ammobiliato, il cui unico arredamento sia costituito dalle mura antiche. Uno di quegli scantinati con gli archi in pietra, come se ne vedono in cantine e ristoranti della Toscana, dell’Umbria e dell'Abruzzo. Ma anche in Provenza. Mi piacerebbe che le pareti fossero poco intonacate, con i mattoni rossi e ben scavati. Giuro che non farei niente per rimettere quelle cose a nuovo».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «Gli archi del soffitto devono essere belli alti. Tutto l’ambiente deve prendere per l’altezza. In modo che io possa fumarci in santa pace, con il fumo che si dissolve come per incanto».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «Una cucina piccola, ma attrezzata. E un bel librone di ricette con il quale sbizzarrirmi».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «Una cameretta piccola anch’essa. Con poca luce. Metterei su un lato un materasso con tanti cuscini. Cuscini di ogni misura, di dimensioni esageratamente diverse. Mi ci potrei sdraiare costruendo ogni volta la giusta inclinazione per il corpo e facendo in modo, con il gioco dei cuscini, che il mio corpo possa conquistarsi tutti gli spazi che desidera, senza bisogno di fare troppe pressioni con il peso».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «Non metterei telefono. In questa casa non voglio telefoni. Basta con l’ossessione di essere cercato o di dover cercare qualcuno. Nemmeno un cellulare porterei in questa casa. Chi vuole vedermi sa cosa fare».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «In questa casa metterei poche cose. Un computer portatile, così potrei finalmente lasciarmi andare e scrivere quel che voglio, in qualsiasi momento e in ogni spazio disponibile. E un pianoforte, ecco tutto quello che ci metterei. Anzi, per il pianoforte penso che riprenderei lezioni».
E lei: «E poi?».
Le ho detto: «Hai presente quelle targhe in lamiera che si vendono nei mercatini? Vietato fumare, non entrare in questa stanza, non disturbare il guidatore, e cose del genere. Mi farei fare una bella targa, lunga il necessario, facendoci incidere sopra: “Andate tutti a fare in culo”».
E lei: «E poi?».
Non ho risposto alla sua domanda. Tiravo le ultime boccate di una sigaretta amarissima. Per tutto il tempo mi aveva accarezzato la fronte. Ero sdraiato sul divano, la testa poggiata alle sue gambe aperte. Se ne era stata lì seduta tutto il tempo. A un certo punto ho cominciato a sentire il caldo delle sue mani. Ha voluto essere presa tra le braccia.
Mi ha detto: «Stringimi, ho bisogno che tu mi stringa forte».
Ci siamo baciati e accarezzati a lungo. Le sue labbra mi scaldavano il collo.
Le ho detto: «Non così, mi lasceresti insoddisfatto».
Lei non ha risposto. Ha continuato a baciarmi.
Le ho detto: «Non voglio che tu parta in questo modo».
Le sue labbra continuavano ad esplorare la mia pelle. Sapevo come sarebbe andata a finire.
Lei ha detto: «Facciamolo, se vuoi».
Abbiamo fatto l’amore. Le valige erano pronte, abbiamo raccolto i resti del pranzo nella cucina, chiuso la porta, buttato il tutto nei secchioni, caricato il bagaglio nella macchina. È partita.
Adesso è al telefono verso l’aeroporto.
Dice: «Vorrei farti notare che in quella casa io non compaio».
Rispondo: «Ci ho pensato».
Ciao. Cammino sotto Trinità dei Monti. Lei è presente nella mia vita, ma questo non l’ho detto. Sono già passato ad altro, a moglie e figli. Non sono stato generoso con loro, ma ho fatto male a non portarmi dietro computer e pianoforte quando sono andato via.
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