Nella tempesta di fuoco che rase al suolo Dresda

Il 13 febbraio di 75 anni fa iniziò il bombardamento che cancellò la città tedesca Decine di migliaia di ordigni incendiari crearono una temperatura di 1500 gradi
A partire dalla sera del 13 febbraio 1945, in due ondate che si protrassero fino al 15 (con una coda ai primi di marzo), un migliaio di bombardieri inglesi e americani distrussero la città di Dresda nella Germania orientale, causando un numero di morti per bombardamento – oggi realisticamente stimato in 25/30.000 - secondo solo in Europa ai 43.000 di Amburgo e, in tutta la seconda guerra mondiale, a quelli di Tokio, dove gli oltre 100.000 civili che perirono detengono il triste primato dell’ultimo conflitto (superando anche quello delle singole città di Hiroshima e Nagasaki su cui venne sganciata l’atomica).
In città dalla struttura urbana antica, con strade strette, ad alta densità abitativa e costruite con materiali infiammabili, lo sgancio in successione di decine di migliaia di bombe, prima esplosive poi incendiarie, provocava al suolo la cosiddetta tempesta di fuoco, cioè un forno di 1500 gradi , mentre la fredda aria invernale dei dintorni, risucchiata in città, generava altissime trombe d’aria infocate, dove tutto volteggiava, frammenti di muro, arredi, nonché pezzi di cadaveri carbonizzati e smembrati. In quegli ultimi mesi di guerra in Europa, Dresda, già abitata da alcune centinaia di migliaia di residenti, aveva accresciuto enormemente la sua popolazione per l’afflusso di torme di profughi, i quali consideravano abbastanza sicura la città, priva di importanza strategica, praticamente mai toccata dalla guerra, e inadatta ad attrezzarvi un eventuale nuovo fronte ad est; la morente Germania nazista era stretta tra l’avanzata dei russi a est e degli alleati a ovest.
Dato ciò, l’origine della decisione di bombardare in quel modo Dresda resta una delle pagine meno comprensibili della seconda guerra, a 75 anni di distanza. Nelle accese ricostruzioni storico-politiche si ondeggia da una decisione presa a Yalta dai capi di Stato presenti alla conferenza (Roosevelt, Stalin, Churchill), a un’iniziativa concertata tra i capi di Stato Maggiore alleati (primo tra tutti il britannico Harris), ma risulta acclarato che, al di là di questa discussa origine, obiettivi fossero i quartieri civili della città e non le istallazioni militari, le quali rimasero intoccate: bastano queste coordinate per parlare di Dresda, con il suo comunque elevatissimo numero di morti (anche per chi non aggiunga uno zero ai 25.000, come proposto da determinate fonti), con la distruzione del 90% degli edifici della città; come pure mutilanti appaiono, da opposte angolazioni, le definizioni degli storici, oscillanti tra chi frettolosamente confina l’inferno-Dresda tra le «operazioni di guerra» e chi ne fa, soprattutto negli ambienti neonazisti dell’ex Ddr, un mito contrario ai vincitori. Della tragedia hanno parlato anche romanzieri come Gunter Grass e Kurt Vonnegut - quest’ultimo prigioniero a Dresda e riuscito a fuggire proprio durante il bombardamento - nel suo romanzo “Mattatoio n. 5”(1969).
Dresda, nella parte orientale della Germania, era la opulenta capitale della Sassonia, resa «una meraviglia» - per citare Goethe – dalla dinastia dei principi elettori Wettin, i quali la ressero per oltre tre secoli a partire dal 1485. La “Firenze dell’Elba”, com’era chiamata, ritratta dal Canaletto che vi operò quale pittore di corte dal 1747 al 1764, era ricca di palazzi principeschi e gentilizi, chiese e raccolte d’arte tra le più importanti al mondo (tra cui le porcellane della vicina Meissen, messe al riparo all’inizio della guerra, salvatesi e oggi esposte nel ricostruito padiglione settecentesco dello Zwinger). Dopo il bombardamento, la città era ridotta a un campo di cenere esteso per chilometri, pieno di cadaveri, anche sotto le rovine degli edifici. A guerra finita il regime della ex Ddr, giudicando irrecuperabile quell’immane rovina, abbattè sistematicamente quanto ne restava, sicché la città si presenta oggi moderna. Tuttavia dopo la riunificazione, tra il 1999 e il 2005 è stata ricostruita la principesca area barocca sulle due sponde dell’Elba.
Tra di esse è stata rifatta, con materiali ancora anneriti, la luterana Frauenkirche, chiesa che campeggia tra i palazzi dei Wettin. Nota finale: i gioielli dei principi, paragonabili solo a quelli della corona inglese, scampati alla guerra, sono stati rubati alcuni mesi fa dal museo civico; non essendo commerciabili, verranno frazionati, per staccarne le enormi gemme da tagliare. Ma questo è il meno per Dresda, col suo immenso tributo di esseri umani periti tra le fiamme 75 anni fa; per Dresda simbolo degli orrori di ogni guerra.
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