Nino Contini un ebreo di Ferrara a Pizzoferrato

Un avvocato al confino in Abruzzo tra il ’41 e il ’43 raccontato dai figli nel libro “Quel ragazzo in gamba di nostro padre”
di Gino Melchiorre
Un ebreo di Ferrara internato a Pizzoferrato nel biennio 1941/’43, Nino Contini, riappare nei suoi diari pubblicati recentemente dai figli Bruno e Leo e custoditi gelosamente dalla moglie Laura (“Nino Contini, quel ragazzo in gamba di nostro padre”, Giuntina Editrice). Una vicenda personale e familiare che si intreccia con le vicende politiche e belliche di quel terribile periodo. La famiglia Contini è tra le più eminenti di Ferrara, accoglie gli ebrei in fuga dalla Germania nazista, ma le leggi razziali del 1938 cambiano la situazione che in breve precipita con la guerra.
Nino, avvocato, è mandato al confino dapprima alle Tremiti, e poi a Pizzoferrato, dove può avere la famiglia con sé e si lega a persone del posto e a gruppi di turisti romani e napoletani. Partecipa alla vita paesana, si affitta un pezzo di terra da coltivare e mantiene quasi quotidianamente la contabilità delle spese e delle entrate. Osserva, e descrive, l’uccisione del maiale, la spartizione e la libagione conseguente, cui partecipa con estrema naturalezza. Diventa un punto di riferimento per la popolazione locale, cui dà consigli legali, ma suscita l’invidia e la gelosia dei personaggi altolocati che fanno di tutto per mandarlo via. Nino parla di “libera repubblica di Pizzoferrato e Gamberale” per indicare il senso di relativa libertà e di lontananza dai drammi nazionali, da lui però percepiti attraverso le notizie che pur giungono da quelle parti.
Nel maggio del ‘43, Contini viene allontanato da Pizzoferrato e internato a Cantalupo del Sannio. Le condizioni peggiorano, è una lotta continua contro pulci e pidocchi, e contro i tedeschi che imperversano in quelle zone razziando alimenti, bestiame e uomini da far lavorare nelle trincee di montagna. Non c’è più la relativa spensieratezza di Pizzoferrato, ma arriva il 25 luglio con la caduta del fascismo e la libertà dall’internamento. Nino è lucidissimo: prevede l’occupazione tedesca della penisola e la situazione drammatica degli ebrei in Nord Italia, decide pertanto di non tornare a Ferrara, dove a metà settembre i fascisti consumano l’eccidio descritto anni dopo da Vancini nel film “La lunga notte del 43”, e che lui viene a conoscere quasi subito tramite i giornali americani. Cambia paesi e case inospitali, fino a raggiungere Napoli, e qui si fa conoscere negli ambienti legati al “Governo del Sud”. Si iscrive al Partito d’Azione, legandosi all’ala liberaldemocratica di Omodeo, e conosce Sforza e Croce, si lega a Michele Cifarelli, partecipa alla vita movimentata di quel partito ed al congresso di Cosenza, dove incontra personaggi quali Ugo La Malfa, Riccardo Bauer, Bruno Visentini, Oronzo Reale, Guido Calogero. Incontra, e frequenta, Ettore Casati, ministro della giustizia nel governo Badoglio, da lui conosciuto a Pizzoferrato nella villa omonima sotto cui venne ucciso il maggiore Wigram dai tedeschi che vi si erano asserragliati.
Ma il diario annota anche aspetti intimi e delicati della sua vita privata: i rapporti a volte critici con la moglie Laura, una donna straordinaria, musicista e concertista, che si adatta alle difficoltà all’apparenza insormontabili di quelle condizioni di vita, la crescita e l’educazione dei figli Bruno e Leo, il lavoro per poter vivere, la situazione terribile della Napoli affamata, il distacco tra la sua occupazione nell’ufficio provinciale del lavoro e la militanza nel Partito d’Azione. Di lato a tutto questo i rapporti con le “brigate palestinesi”, gli ebrei che vogliono combattere i tedeschi e preparano la “aliah”, il ritorno in Eretz Israel da lui fortemente voluto, ma che non potrà mai compiere. Morì quasi all’improvviso per un’ulcera emorragica non diagnosticata, gettando nella disperazione Laura rimasta sola con i due bambini, che lo seguì tredici anni dopo per una sorta di “empatia dei destini”. Nino aveva 37 anni.
In una lettera a Laura, Giorgio Bassani scrive che «per non disperare definitivamente, bisogna credere che il suo sacrificio serva almeno a noi che siamo rimasti. Che la nostra vita, almeno, sia più ricca della sua, e che qualcosa della sua e della nostra esperienza rimanga a testimonianza».
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