Novant’anni con il demone dell’arte «Credo alla divinità della bellezza»

Il pittore di Alba si racconta: «Dopo le capitali ho scelto la provincia. Pentito? Qualche volta»
ALBA ADRATICA. Materia e sogno, forma che si fa contenuto e viceversa, esplosione cromatiche, segni da cui emergono a volte tratti umani o animali imaginifici. I suoi sono quasi quadri-scultura. Un linguaggio che colpisce occhio e anima, affinato in 65 anni di pittura costellati da mostre e premi in Italia e all’estero. Un primato di longevità artistica, uno dei tanti del vulcanico artista albense Duccio Di Monte. Destino da pittore già nel nome, il maestro oggi festeggia 90 anni. Una vita piena, guidata dal demone dell’arte.
Maestro, quando ha capito di voler dedicarsi alla pittura?
Avevo 12 anni quando mi capitò tra le mani una stampa di Gauguin. Credo un’opera dipinta a Tahiti. Ho ancora negli occhi una barca e un vecchio piegato su essa, l’oceano e in fondo un promontorio. Leggendo tempo dopo Hemingway vi scorsi il romanzo “Il vecchio e il mare”. Una folgorazione! Per tutta la mia crescita spirituale e fisica ne fui perseguitato. Ignoravo però quale fosse il destino della mia esistenza. Forse avrei potuto scrivere? Perché no, ma è andata diversamente. Intanto erano passati gli anni ed ero sul punto di laurearmi, ero insegnante di ruolo nelle elementari e avevo comperato tele e colori col primo stipendio. Insegnavo a Como, fu allora che si decise il mio destino: avrei dipinto per tutta la vita. Durante l’estate, ad Alba Adriatica, avevo raccolto un sacchetto di cannolicchi, conchiglie, ossi di seppia. I miei primi dipinti furono fondali marini che regalavo ai miei ammiratori. Non dimentico di essere stato pittore della domenica, quando dipingevo en plein air nelle estemporanee. In una di esse, Giovanni Melarangelo vedendomi mettere i colori mi disse “sei destinato a dipingere”. Intitolai la mia prima monografia “Dalla fenomenologia della materia alla fenomenologia dello spirito” perché credevo e credo che la materia bruciando sulla tela possa volatilizzarsi, alleggerirsi.
Quali i riferimenti artistici, e non solo, di cui si è nutrito?
Da autodidatta ero affamato di conoscere le tecniche pittoriche e la storia dell’arte. Incominciai con l’arte egizia, nel frattempo guardavo l’arte impressionista e post, Gauguin, Van Gogh, Picasso, Matisse, tanto che in una personale a Francoforte il critico Robert d’Hoogh mi definì “nuovo Matisse”. Tra i riferimenti artistico-filosofici, del periodo universitario ricordo il professor Pasquale Salvucci, che mi fece amare il pensiero di Kant e Schelling.
La sua è una pittura materica, com’è giunto a questo linguaggio?
La leggerezza della materia era allora, metà anni ‘60 e primi ‘70, il mio chiodo fisso. Facevo bollire le cere con gli ossidi di cera. Sono stato sempre un curioso ricercatore di tecniche pittoriche. Gli encausti mi prendevano il cuore. Andai a Pompei per vedere quei rossi. Sono il pittore del colore, infatti nel 1984 a Marina di Carrara ricevetti il Premio Maestro del colore. Sono un informale-astratto, piuttosto metamorfico. Osservo il fluire del tempo, gli opposti, le diversità. Nascono così i miei fantasmagorici uccelli in simbiosi con figure antropomorfe e zoomorfe. Oggi potremmo avvicinare certe espressioni d’arte alla psicoanalisi junghiana.
Cosa le preme comunicare, al di là di ciò che potrà sentire il fruitore dell’opera?
Credo alla divinità della bellezza, al brivido che qualcosa possa accadere dentro di te, all’idea dell’armonia che questa bellezza provoca. E che tu possa gridare “eureka!”, ho trovato la particella mancante di Dio.
Spesso raccoglie materiali sulla spiaggia.
Ciò che mi parla sulla spiaggia, ciò che la natura mi ha portato agli occhi, io raccolgo, ed è così che avviene il miracolo della creazione sulla tela. Homo=Natura-Naturans. Destino e vaticinio nella mia pittura di insonne ricerca, che ha dato in alcune opere una dimensione atemporale delle problematiche sociali e politiche, come 25 ani fa nel quadro “Sindrome cinese”. Lo stesso nel dipinto materico “La Croce del Sud”. Di fronte a certi eventi credo ci sia un movente divinatorio che governa la mente dell’artista.
Qual è il suo metodo di lavoro? Quanto tempo dedica alla pittura?
Non si può calcolare con la clessidra il tempo passato sulla tela. Ho lavoravo notte e giorno per anni e anni, a volte ho attraversato deserti e ghibli di non creatività e mi sono addormentato persino col pennello in mano aspettando il miracolo… il giorno dopo la tela era ancora bianca.
Anche sua figlia Sandria è artista.
Sono orgoglioso di lei. L’ho sempre seguita con occhio disincantato. Ho ammirato i suoi lavori, la sua è una pittura intelligente, certosina, precisa negli andamenti, avvicendamenti temporali. Arriverà ad affermarsi se si dedicherà all’arte totalmente. Però litighiamo spesso.
Ha scelto la provincia. Pentito?
Nel 1970 esponevo alla galleria La Biccherna di Magenta. Remo Brindisi, che mi presentava in catalogo, e il sindaco mi offrirono la possibilità di trasferirmi a Milano. Avevo già 4 figli e una casa in costruzione. Rifiutai. Quando ho voluto stare in mezzo all’arte autentica, ho preso l’aereo e sono andato per musei e gallerie. Il verme del pentimento a volte è apparso. Quando ti trovi a operare tra persone che non intendono il tuo modo di essere, quando c’è la non volontà e tu hai dato la vita per la ragione che ti ha dettato il cuore.