Oggi c’è Severgnini «La vita? Un viaggio in venti parole»

8 Novembre 2014

Alle 19,30 al Matta l’incontro con il saggista «La paura più grande: cambiare modelli culturali»

di Federica D’Amato

Week-end tutto abruzzese per Beppe Severgnini, presente in questi giorni a Pescara ospite del Festival delle Letterature dell’Adriatico. Il noto saggista ed editorialista del Corriere della Sera sarà infatti il protagonista di due dei più importanti appuntamenti dell’edizione 2014 del FLA: il primo si svolgerà oggi alle 19.30 nello Spazio Matta di via Gran Sasso, dove Severgnini parlerà con il collega Luca Sofri del suo ultimo libro “La vita è un viaggio” (Rizzoli, 2014). Il secondo appuntamento lo vedrà invece coinvolto come testimonial della cerimonia di premiazione del contest letterario “Food&Outlet”, che si svolgerà domattina alle 11 al Città Sant’Angelo Village.

Nel suo ultimo libro, “La vita è un viaggio”, guida il lettore a trovare la méta del proprio viaggio attraverso l’utilizzo di venti parole-chiave. Qual è quella che sente più sua? Incoraggiamento?

«Ho la sensazione che in un paese che si concentra su ordini e disobbedienze, siano essenziali l’incoraggiamento di un datore di lavoro verso un ragazzo – che per esempio vuol dire farlo lavorare e pagarlo -, l’incoraggiamento di un giornalista più anziano verso uno più giovane, di un genitore verso un figlio, e così via. Tutti ne abbiamo bisogno, i ragazzi più degli altri. Sono tempi complicati, sbandati in cui la gente ha bisogno di essere rassicurata, non ammonita, ha bisogno di sentirsi dire che ce la farà. Incoraggiamento e cambiamento sono parole legate tra loro. Non a caso la paura più grande degli italiani è quella di cambiare la propria vita e i modelli culturali di riferimento…».

Questo accade perché nel momento dello sbando si è portati ad attaccarsi all’abitudine, alle certezze, magari ad un lavoro sottopagato, ma che nel rischio diventa fondamentale.

«La riforma che prevede dei cambiamenti viene vista con terrore proprio per questo motivo. Lo spavento che ha provocato una riforma del lavoro assolutamente necessaria ne è la prova tangibile. Chiunque ha provato ad assumere qualcuno sa che non si può lavorare così, è tutto troppo complicato, troppo caro… ».

Il fatto è che sulle paure della gente molti costruiscono le proprie fortune.

«I sindacati, sulle paure della gente, lavorano e costruiscono la propria sopravvivenza. Dall’altra parte, quella politica, la Lega ad esempio lavora sull’ignoranza, costruendo e guadagnando consensi. Ecco dunque che diventa fondamentale il modo in cui le parole vengono utilizzate».

Secondo lei che tipo di rapporto intercorre tra la lingua italiana e gli italiani?

«La lingua è lo specchio di un popolo, soprattutto del momento storico che quel popolo attraversa. Un esempio calzante è quello di un italiano sempre più infarcito di anglicismi. Inoltre la nostra lingua riflette appieno la paura dei tempi che viviamo. Ha mai notato l’alta ricorrenza di parole come “valido” – aggettivo rassicurante -, o “straordinario” – mentre in Italia abbiamo seri problemi con l’ordinario -, o infine “epocale”? Tre parole che sono la spia di un paese che cerca conferme».

Chi è stato il politico che ha usato al meglio le potenzialità della lingua italiana? E chi, invece, l’ha strumentalizzata impoverendone le risorse?

«Matteo Renzi è certamente il politico che sta usando al meglio la nostra lingua, per ragioni direi naturali: egli non fa altro che parlare il proprio dialetto, il toscano, che poi è diventato l’italiano. Un politico che invece ha usato l’italiano in modo insolito è stato sicuramente Silvio Berlusconi, e su questo uso particolare ho scritto anche un libro (La pancia degli italiani. Berlusconi spiegato ai posteri). Infine, un politico che ha segnato in modo negativo il linguaggio è stato sicuramente il senatore Razzi: quel “fatti i cazzi tua” ha rappresentato un vero e proprio danno per l’Abruzzo. Essendo la vostra una regione piccola, l’identificazione attraverso i media di questo tipo di linguaggio e di atteggiamento è stata pressoché automatica. Se fossi abruzzese sarei dispiaciuto…».

Indro Montanelli cosa direbbe oggi degli “italians”?

«Li ho nel cuore, ma non li capisco».

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