«Ora siamo un popolo più maturo»

I sindaci Biondi e Masci: lavoriamo insieme per dare ai giovani un solido futuro di lavoro e progresso
Ennio Flaiano parla dell’Abruzzo come di «un’isola schiacciata tra un mare esemplare e due montagne, monumentali e libere, il Gran Sasso e la Majella». Magnifica sintesi d’autore dell’Abruzzo di una volta, che ci racconta di una terra intrigante e bellissima nella sua unicità, che è stata attraversata da forti contrapposizioni e accese tensioni. Con l’Unità d’Italia e la nascita di un mercato nazionale, avviene una rivoluzione nelle infrastrutture. Le nuove ferrovie privilegiano la fascia costiera, lungo la quale il commercio nazionale inizia a scorrere sull’asse longitudinale Nord-Sud, piuttosto che lungo i tradizionali collegamenti trasversali. L’affrancamento del Tavoliere, con la fine del flusso millenario della transumanza e il prosciugamento del Fucino tagliano fuori dai flussi commerciali l’Abruzzo interno, con un conseguente quanto inarrestabile spopolamento. La storia successiva segue questo andamento, aumentando gli squilibri e gli antagonismi regionali. Oggi, con lo sguardo della storia, possiamo dire che la nascita dell’Ente Regione – comunque la si voglia leggere e comunque si vogliano interpretare i moti per il capoluogo – ha rappresentato il punto di svolta rispetto a un’idea di sviluppo al di sopra dei localismi. La trama autostradale si è rivelata strategica per togliere dall’isolamento l’Abruzzo, che si è affermato per il suo sviluppo articolato, che va dalla città lineare della costa alla città diffusa dei parchi; dalla prestigiosa rete dei saperi dei tre atenei, ai centri di studio e ricerca; dall’alta tecnologia applicata all’impresa, allo sviluppo di un turismo che ha nella natura e nella cultura i cardini di un’offerta dalla qualità indiscutibile. E, poi, quel maledetto 6 aprile 2009, con la drammaticità della sofferenza inflitta a uomini e cose, ha ridimensionato ogni antagonismo di maniera tra la montagna e la costa, che è diventata la terra di approdo degli aquilani dispersi dal terremoto. I cittadini del nostro mare, con la compassione che si ha per i fratelli in difficoltà, hanno curato le loro ferite, hanno condiviso il loro dolore, li hanno accolti in un abbraccio rassicurante.
Un’esperienza, questa, che ci ha resi un popolo più maturo, in grado di esprimere amore e orgoglio non solo per la propria città, ma per l’intero Abruzzo: quando si arriva in cima al Corno Grande, nelle giornate limpide, si può godere della magnificenza della costa teramana e pescarese. Tra le montagne e il mare scorre la storia della nostra regione, con i caratteri della sua gente incisi nella roccia e mutevoli come l’acqua: forti e generosi, geniali e creativi. L’eco dei quadri arcaici degli Abruzzi di Gabriele d’Annunzio, dei ritratti nostalgici della vita familiare di John Fante, dei paesaggi aspri di Ignazio Silone popolati dai “cafoni” segnati da una fatica amara quanto ingiusta, dei colori e delle figure di Francesco Paolo Michetti e della dinastia dei Cascella sono l’immagine lontana di un’identità lontana, ma sono parte fondante della nostra appartenenza, sono pietre miliari delle nostre radici, sono linfa vitale della nostra cultura nel mondo. Ora sappiamo che l’Abruzzo può risanarsi e progredire se resta unito, se le rispettive identità storiche, culturali ed economiche rappresenteranno sempre di più gli elementi di forza e di sintesi di una crescita condivisa ed equilibrata. Oggi la natura dell’impresa e lo spirito imprenditoriale si sono evoluti in modelli diversi all’interno di una società che fa della complessità il suo valore di riferimento.
È questa una delle tante sfide che l’Abruzzo del terzo millennio deve affrontare e lo può fare se saprà mettere a sistema le potenzialità dei suoi territori, l’interazione tra i saperi, lo sviluppo delle tecnologie emergenti, la competitività delle sue aziende, sempre guardando ai giovani, per dare loro un solido futuro di lavoro e progresso.
A 50 anni dai moti per il capoluogo di regione che interessarono prima Pescara e poi L’Aquila sentiamo il dovere di proporre una lettura tanto matura quanto storicizzata di quei giorni che sconvolsero l’Abruzzo, nel pieno di un’epoca di trasformazione istituzionale e amministrativa del Paese proprio con la nascita delle Regioni previste dalla Costituzione repubblicana. Per l’Abruzzo e per la Calabria la scelta del capoluogo si prospettava di difficile soluzione. E accese gli animi. Al termine dei brevi, ma violenti moti del febbraio ‘71, L’Aquila divenuta capoluogo vedeva accolte la maggior parte delle richieste avanzate nel corso della protesta, ma alla giovane e dinamica Pescara si lasciavano alcune porte aperte, nel segno del compromesso politico. Rimaneva tuttavia un problema di fondo, che non concerneva tanto il ruolo formale del capoluogo di regione, quanto le successive decisioni politiche che avrebbero dovuto arginare il declino delle zone interne a fronte del prepotente sviluppo costiero. Così è andata la storia e dalla storia dobbiamo tutti imparare, affinché davvero gli Abruzzi di un tempo siano l’Abruzzo del futuro.
*Sindaco dell’Aquila
** Sindaco di Pescara

