Pagliai: «Ovidio ci insegna a vivere»

15 Aprile 2019

L’attore ospite del Certamen: «L’Abruzzo è casa: ci lavoro e lo amo»

SULMONA. Ottantuno anni ma non li dimostra proprio. L’energia, la voce, la postura e la voglia di stare in scena sono quelli di un ragazzo. Ugo Pagliai, uno dei mostri sacri del teatro italiano e non solo, ha accettato con grande entusiasmo l’invito arrivato dagli organizzatori del Certamen Ovidianum Sulmonense ad intervenire alla manifestazione culturale e leggere brani del poeta “padrone di casa” Publio Ovidio Nasone e impreziosire così la cerimonia di premiazione di sabato scorso.
Sul palco Pagliai ha catturato tutti, recitando come solo lui sa fare, due brani sui miti ovidiani – Dedalo e Icaro e Narciso – tenendo la sala in religioso silenzio per una ventina di minuti. E poco prima di entrare in scena ha risposto volentieri alle domande del Centro, rivelando alcuni retroscena della sua vita d’attore, ma soprattutto il grande rapporto che lo lega a Sulmona e all’Abruzzo tutto.
Lei ha ricevuto il Premio giovani, qual è il rapporto che si può instaurare tra Ovidio e i giovani?
Prima di tutto voglio ringraziare gli organizzatori del Certamen per questo pregiatissimo premio. E poi il mio rapporto con Ovidio: non si può non conoscere Ovidio se si vuole conoscere la vita. Ovidio insegna a vivere.
Lei è spesso a Sulmona, ecco ci spieghi il suo rapporto con la città di Ovidio.
Sono venuto tantissime volte qui a Sulmona e sempre con molta gioia. E poi questo teatro meraviglioso. Ho fatto parecchi lavori, molto Pirandello e anche altre cose. E ogni volta che dovevo andare via mi dispiaceva perché qui ho trovato sempre quell’ambiente, quella tranquillità che è tipica di quando mi trovo a casa mia.
E il suo rapporto con l’Abruzzo?
Il mio rapporto con l’Abruzzo è magnifico. Sono direttore artistico a Teramo della Ptagione di prosa della Società del Teatro e della Musica “Riccitelli”, e poi sono felicissimo di essere qui perché questa è una terra che conosco molto bene, conosco il pubblico, perché sono stato al Teatro Stabile dell’Aquila all’inizio, quando è nato. Ho girato tutto l’Abruzzo felicissimo di averlo conosciuto profondamente.
Quand’è nata la sua vocazione d’attore?
Quando sono nato, già quando sono nato piangevo in un modo particolare. Da bambino, ai tempi della guerra, quando i miei genitori non erano in casa rovistavo nell’armadio per indossare dei vestiti e delle cose che trovavo per interpretare i personaggi dell’epoca. Praticamente, ho sempre voluto fare teatro.
Guardando al futuro , un attore come lei che ha avuto tutto dalla vita e dal mondo del teatro, cosa si aspetta?
Alla mia età posso anche scegliere. E sono pronto ad affrontare un progetto e una proposta solo se vi è una determinata scrittura. Mi hanno proposto un’idea abbastanza curiosa come Romeo e Giulietta, l’amore nella sua massima espressione. Mi piacerebbe farlo per esprimere l’importanza delle relazioni. Oggi l’amore viene sciupato e affrontato con uno sguardo eccessivo, ma è toccando certe corde dell’animo che si raggiunge il sublime. Un po’ come ci insegnava Ovidio duemila anni fa”.
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