Panariello in Abruzzo: «Devo il mio successo alla scuola alberghiera»

Il comico a Montorio con il suo show “La favola mia” «Racconto di me, di quando cantavo in una spazzola»
MONTORIO AL VOMANO. «Nello spettacolo racconto di me, un ragazzino nato in Versilia, adottato dai nonni, cresciuto con la voglia di fare questo lavoro. In classe mentre la maestra spiegava io facevo continuamente la mia firma, mi esercitavo già a fare l’autografo. A casa, in bagno, mi intervistavo con la spazzola di mia nonna per microfono». Giorgio Panariello è un fiume di ricordi e simpatia, un anticipo dei contenuti del suo nuovo spettacolo “La favola mia”, che il mattatore toscano porterà sabato 27 agosto a Montorio, per il cartellone del Comune “Gran Sasso Live – Montorio al Vomano, la Porta del Parco”. Ore 21, piazza Orsini.
«È il sogno di un ragazzino cresciuto con quel qualcosa dentro, il fascino per lo spettacolo. Non c’erano reality, talent, social, bisognava darsi da fare, gavetta, esperienze, nell’attesa di diventare qualcuno. Intanto facevo l’elettricista in un cantiere navale di Viareggio e, finito il lavoro, spettacoli nei locali della Versilia. Si andava a dormire alle ore piccole per svegliarsi presto e ricominciare tutto daccapo. Vivevi tante storie, anche divertenti, che non avrei mai potuto scrivere con gli autori perché la realtà, con tutte le situazioni belle e brutte, è molto più buffa e sorprendente della finzione».
Oltre che in cantiere tanti altri mestieri prima di sfondare, dj, imitatore, cameriere. Quale l'esperienza più formativa?
La scuola alberghiera, mi ha aiutato nel contatto col pubblico. Ho fatto l’istituto alberghiero per diventare star della tv e ora star della tv sono quelli che han fatto la scuola alberghiera. Facevo il cameriere-imitatore, i clienti mi chiamavano al tavolo, mi chiedevano l’imitazione, la barzelletta. È stato utile per sciogliersi, per avere confidenza con la gente.
Nella sua galleria teatrale tante imitazioni, molti personaggi di fantasia e alcuni reali. C’è chi si è risentito?
Tutti quelli che vengono imitati la prima volta che vedono l’imitazione pensano sia una presa in giro. È successo con Renato Zero, all’inizio non l’aveva presa bene, ma poi ha capito che ero anch'io un sorcino e che era un omaggio. E Briatore, perché lo chiamavo Naomo. All’epoca stava con Naomi Campbell e la sua fama internazionale era per quello, altrimenti sarebbe stato solo un ricco signore. Più volte ha tentato di farmi smettere ricorrendo alle amicizie politiche, ma alla fine ha percepito pure lui che non era una presa in giro cattiva ma una cosa ironica. Ci siamo incontrati, chiariti. Qualcuno mi ha aspettato fuori dal teatro per chiedermi i soldi. Qualcuno ha reagito, ma alla fine tutti capiscono che non sono mai offensivo.
Quale suo personaggio le è più simpatico? Con chi uscirebbe a cena? E con chi non andrebbe mai in vacanza?
(Ride) Mai in vacanza con Naomo, troppo impegnativa, barche, locali. A cena andrei con Mario il bagnino, che mi ricorda la mia infanzia, una figura che non esiste più, un bugiardo che raccontava bischerate, fandonie. E, per la sua tenerezza, andrei a cena anche con Merigo, l’ubriaco del paese.
Ha scritto canzoni e inciso album. Le sarebbe piaciuto fare il cantante?
Quello è il sogno di ogni comico, essere una rockstar. Lo vedo coi miei amici Conti e Pieraccioni nei palasport pieni, appena parte il karaoke prendi il microfono e non vorresti lasciarlo più.
Nel 2020 ha pubblicato il terzo libro, “Io sono mio fratello”, dedicato a suo fratello Franco, morto nel 2011. Con quali sentimenti lo ha scritto?
Due anni fa, mentre scrivevo “La favola mia”, che doveva celebrare i miei 60 anni, è arrivato il lockdown, che ci ha lasciato soli con noi stessi. Ho iniziato a scrivere un monologhetto sulle cose anche divertenti vissute con Franco. Ho capito, man mano che scrivevo, che volevo rendergli giustizia. All’epoca ci fu la convinzione che fosse morto per overdose, invece no, non è andata così, era uscito pulito da San Patrignano. Nel libro volevo dire ai ragazzi che possono farcela, che si può uscire dalla tossicodipendenza. Ho pure pensato che le nostre vite potevano andare diversamente se lui fosse nato prima di me, anziché un anno dopo. I miei nonni, già anziani quando mi hanno adottato, non potevano allevare anche lui e l’hanno messo in collegio. Le sliding doors della vita. Ho avuto un’infanzia dura ma bellissima coi nonni, che Franco avrebbe potuto avere lui se fosse nato prima di me. Potevo essere io mio fratello.