Paoli, viaggio in due dischi

Il cantautore e il nuovo album: avrei voluto scrivere Imagine
MILANO. «Non credo nella morte: esiste una stagione che finisce e ne inizia un’altra». Così Gino Paoli, ieri a Milano, alla presentazione del suo nuovo disco, “Appunti di un lungo viaggio”, in uscita domani, che contiene in due cd alcuni suoi grandi successi riarrangiati e quattro brani inediti: “Estate”, “Inverno”, “Primavera” e “Autunno”. «In questi pezzi c’è l’allegria: la vedi e la capisci e pensa come sono divisi questi inediti», racconta Paoli. «C’è la morte e la vita, finisce l’inverno e inizia la primavera, come nell’inizio c’è la fine e come nella fine c’è l’inizio».
In questo doppio cd Paoli rifugge dalla forma canzone?
«Un artista vero deve andare oltre le forme, le convenzioni, gli schemi. Ho pensato che si potevano usare le note e le parole in maniera diversa, da una parte eliminando ogni forma canzone obbligatoria con inciso, strofe e rime, e dall’altra parte cercando una essenzialità: quando hai detto quello che volevi dire non c’è bisogno di sbrodolare altro. Ho tentato di trovare un’altra forma per descrivere quello che volevo dire, più vicino a me, oggi».
Gino Paoli si conferma artista anarchico della musica?
«Ormai tutti i limiti sono stati trasgrediti, non dai poeti, dagli scienziati o dagli artisti, ma dagli idioti. A questo punto l’artista, che per sua natura è un trasgressore, cosa può fare? Non gli resta che un solo un limite: sé stesso, il suo lavoro. Allora può buttare via tutte le convenzioni per cambiare la forma canzone, per arrivare all’essenziale, senza ripetizioni, senza iterazioni, senza trucchi di nessun genere. L’artista deve trovare un’altra maniera di usare le parole e le note, per esprimere essenzialmente quello che per lui è importante. E quando lo ha fatto, deve fermarsi: interrompersi quando non sono necessarie altre parole e altre note».
A 84 anni continua nel suo lavoro di ricerca che l’ha sempre contraddistinto.
«Io non sono mai stanco di cercare. Quando si sente che è il momento si deve andare avanti e cercare. Voglio morire da malato e tutto ciò che c’è da fare lo faccio, perché non voglio che mi si dica che è morto senza mai aver fumato. L’artista dovrebbe dire la sua, alla sua maniera senza fare retorica. Nella mia carriera “Imagine” è l’unica canzone che avrei voluto scrivere».
Nel secondo cd ha raccolto brani come “Che cosa c’è”, “Sassi”, “Sapore di sale”, “La gatta”, “Senza fine”, “Il cielo in una stanza” e “Ti lascio una canzone”.
«Fu Giorgio Strehler a convincermi a scrivere “Senza fine” per Ornella (Vanoni, ndr) e la rese famosa Mina, nonostante fosse stata sconsigliata da molti, incise “Il cielo in una stanza” con l’esito che tutti sappiamo».
“Sapore di sale” da parte di Ennio Morricone.
«Ci sono anche degli interventi al sax di Gato Barbieri. Quella canzone fu un boom ma, nonostante la celebrità, un pomeriggio d’estate puntai una Derringer al cuore perché volevo vedere cosa succede: quel proiettile è tutt’ora nel mio petto, come un souvenir».
Al disco hanno partecipato Danilo Rea (arrangiamenti), la Roma Jazz String Orchestra diretta da Marcello Sirignano, Rita Marcotulli (pianoforte), Alfredo Golino (batteria) e Ares Tavolazzi (contrabbasso). Paoli sarà impegnato in tre eventi speciali, il 12 maggio all’Auditorium di Roma con l’Orchestra da Camera di Perugia, il 13 luglio all’Umbria Jazz di Perugia e il 18 luglio ai Parchi di Nervi di Genova.
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