Paolo Cognetti e la Valsesia tra violenza e natura

Esce per Einaudi “Giù nella valle”, ultimo volume dell’autore premio Strega con “Le otto montagne”
ROMA. La violenza della natura nelle sue metamorfosi, quando un cane è metà lupo e un uomo è metà istinto animale: questo il centro intorno a cui ruota Giù nella valle, nuovo libro del talentuoso Paolo Cognetti. La valle è la Valsesia, dove l'ombra regna sovrana tra rari sprazzi di luce e il cuore è duro e freddo e solo il sangue sembra riscaldarlo. In questo paesaggio del nord, di ogni nord, ma soprattutto di un nord del cuore, si confrontano Luigi e Alfredo, il cui padre scomparso aveva celebrato la loro nascita piantando un larice e un abete. Nella valle c'è anche Betta, che quel luogo l'ha scelto per amore dopo la laurea e ora aspetta una bimba. Le loro storie s’intrecciano con quelle degli uomini che frequentano il bar, annegando i timori nell'alcol, e quelle di due cani in fuga, una femmina dolce che si affida al maschio inquieto e selvaggio, che si fa strada sgozzando ogni nemico fino a quando non incontrerà quello più forte di lui. La natura prevale, anche se c’è chi prova a inseguire il senso della giustizia; la metamorfosi è il cuore delle stagioni ma rimane radicata in questo mondo a suo modo puro. Poche parole, poche domande, scelte che lasciano tracce, fughe che non arrivano mai così lontano da cancellare il passato, bisogno di consumare le proprie trasformazioni in una solitudine rigenerante se non è definitiva. La Valsesia, spiega Cognetti, è «una bellissima valle che scende dal Monte Rosa, la nostra montagna madre». È la forza primordiale, ancestrale, a muovere i personaggi, uomini, donne e animali, di questo bel romanzo. Che si cerchi la redenzione o l'oblio, che si costruisca o si distrugga, che si faccia parte della legge o si uccida senza pietà, non ci sono sfumature a dividere verità e menzogna, a volte solo lo scorrere del fiume porta via le cose che non si possono spiegare, che ti restano dentro come un dolore che non ha forme di espressione se non quelle estreme. Così la lingua di Cognetti è come il ghiaccio, tagliente e limpida, senza infingimenti, e il romanzo sembra quasi senza pelle e come tale lascia travolti.