Paris: «Pasolini quel mio maestro ragazzo a vita...»

30 Novembre 2015

Lo scrittore di Avezzano racconta in un libro il suo rapporto con l’autore morto 40 anni fa

PESCARA. Tra le miriadi di pubblicazioni uscite in occasione dei quarant’anni dalla morte del poeta Pier Paolo Pasolini, avvenuta a Roma il 2 novembre 1975, la fa senza dubbio da protagonista, quanto a importanza e originalità, il libro “Pasolini ragazzo a vita” (Elliot edizioni, 18,50 pagine, 185 pagine) dello scrittore abruzzese Renzo Paris, il quale in modo privilegiato durante gli anni della sua giovinezza romana ha avuto modo di conoscere e frequentare il “fratello maggiore” Pasolini. In questa intervista al Centro Renzo Paris, 71 anni, avezzanese, ce ne racconta la storia.

Quello che lei fa nel suo memoir “Pasolini ragazzo a vita” è un addio o l'omaggio definitivo – privato e pubblico – di un'epoca ormai conclusa a questo gigante del Novecento?

Più che un addio o un omaggio definitivo il mio romanzo è stato il tentativo di rievocare l’ombra di un grande. Mi sono visto come un segugio di un’ombra che mi ha accompagnato in questi quarant’anni senza mai stingersi. Non a caso il libro inizia con una visione e termina con un sogno, in cui compare vivo tra guerrieri Masai facendosi beffe di tutte le interpretazioni, spesso cervellotiche, del suo omicidio. Per me, Pasolini è stato un pedagogo. Eravamo due crepuscolari, anche se la sua disperata vitalità trasbordava. Allora ero preso di più dal borghese Moravia che per me era un mistero. Di Pasolini mi sembrava di conoscere tutto, prima ancora di avergli stretto la mano. “Ragazzi di vita” per la mia formazione contava molto se in “I ballatroni” ho poi raccontato i ragazzi di vita marsicani.

Nel libro lei scrive che quella di Moravia, Pasolini, Bellezza, Amelia Rosselli ed Elsa Morante è stata la sua “grande famiglia” romana, dopo il trasferimento dalla Marsica nella capitale. Pasolini che genere di famigliare è stato?

Nella famiglia romana Pasolini era il fratello maggiore, inurbato come me. La sua antologia della poesia popolare mi fece una grande impressione. Come tutti i fratelli maggiori lo guardavo a volte con diffidenza, come quando scrisse la poesia contro gli studenti. Quando, qualche mese prima del suo massacro, mi chiamò uscendo da un negozio di antiquariato di via del Babuino, per aiutarlo a portare una poltrona rossa per il suo film “Salò”, mi confessò che voleva essere considerato un autore postumo, che voleva sparire. Enzo Siciliano a proposito del mio romanzo “Cani sciolti” scrisse che, mentre Pasolini criticava il movimento degli studenti dall’esterno, io lo criticavo dall’interno. La classe operaia cercava l’aumento del salario. Fu una grande delusione per entrambi. Le sue “Ceneri di Gramsci” erano giunte fino al giorno della sua morte.

In un passo lei scrive: «Sto parlando di un uomo che, se era estetizzante e un po’ dannunziano nell’opera, nella vita era tutto il contrario, spaccato in due, il borghese diurno e l’amante notturno, travestito da borgataro, “ragazzo a vita”». Pasolini dannunziano?

Pasolini odiava d’Annunzio ma è un odio intessuto d’amore. I selvaggi delle “Novelle della Pescara” - penso al pastore Tulespre - erano simili ai suoi selvaggi delle borgate romane. D’Annunzio li vedeva da decadente, distanziandoli, mentre Pasolini li amava, proprio quelli che poi, dopo averli beneficiati, lo uccisero. Fu Moravia in una mia intervista sulla sua “Un’idea dell’India”, a parlare per primo di Pasolini decadente; e aveva ragione. E poi la ricerca dello scandalo, pensi che entrambi si fecero fotografare nudi. La stessa cosa accadde con Silone: “Uscita di sicurezza” e “Scritti corsari” sono due libri fondamentali per capire il nostro paese. Entrambi poi ebbero un fratello ucciso. Pasolini è un autore postmoderno, multimediale, proprio come d’Annunzio.

Al di là del mito e della memoria, al di là dei revisionismi e delle inutili parole dei critici letterari e dei politici, chi è stato concretamente, quotidianamente Pasolini?

Era uno che scriveva sempre. Basta vedere le pagine dei meridiani a lui dedicati. E viveva intensamente da grande intellettuale tutto quello che accadeva nel nostro paese. Mi stupiva quella sua energia che lo piegava sulla macchina da scrivere, dopo aver trascorso notti insonni. E senza fumare, senza droghe. Era sempre in atteggiamento ermeneutico davanti a persone e oggetti. Non gli sfuggiva nulla. Leggeva e commentava tutto. La voce che gli dettava dentro non si affievoliva mai. Saggi, film, poesie, dipinti, persino la musica, tanto che scrisse canzoni. Un gigante che sarebbe stato bene nell’Ottocento quando gli scrittori faticavano.

Nel 2015 ricordiamo che sono passati ben quarant'anni dal suo barbaro omicidio e, considerata l'attuale situazione politica e culturale, viene il sospetto che il “sacrificio Pasolini”, alla nostra Italia, non sia servito a un bel nulla. O no?

Vero. Nonostante tutto il parlare che si è fatto in questo quarantennale, soprattutto sulla sua fine, pochi lo hanno letto veramente. E’ diventata un’icona pop come Che Guevara per una certa sinistra che vede bene l’opposizione come ombra. Sembra riverito come il santo patrono d Italia, non c’è borgo che non abbia organizzato un convegno su di lui. Io stesso per il mio libro non faccio che prendere treni e aerei per omaggiarlo. E ho appuntamenti fino alla primavera prossima.

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