Paterson, l’America della gente comune punta alla Palma

17 Maggio 2016

CANNES. La vita come realtà, ma di certo non come realismo: potrebbe essere questa la sintesi ideale del primo vero capolavoro del Festival di Cannes, l’americano “Paterson”, primo dei due film di...

CANNES. La vita come realtà, ma di certo non come realismo: potrebbe essere questa la sintesi ideale del primo vero capolavoro del Festival di Cannes, l’americano “Paterson”, primo dei due film di Jim Jarmush nella selezione ufficiale del festival (il secondo è “Gimme Danger”, un documentario sulla rock band The Stooges, che sarà proposto fuori concorso giovedì prossimo). Applausi pieni e calorosi a fine proiezione e giudizi unanimi per un lavoro che è espressione di grande maturità di uno dei pochi autentici indipendenti del cinema statunitense contemporaneo, che si candida autorevolmente a una Palma d’oro ancora prematura nel calendario del festival, ma di sicuro non improbabile.

Il film è un diario della poesia quotidiana scritto sulle giornate di un autista di autobus della città di Paterson, nel New Jersey, da lunedì al lunedì successivo: sette giorni di sveglia alle sei e trenta, colazione, percorso cittadino guidando il bus e ascoltando occasionalmente le storie dei passeggeri. Poi il ritorno a casa, da quella moglie (l'attrice e cantautrice iraniana Golshifteth Farahani) piena di spirito artistico, che passa le giornate a dipingere quadri, tende e abiti di bianco e di nero, a cucinare piatti esotici, a studiare la chitarra sognando di diventare cantante country. A far loro compagnia un piccolo cane col muso da bulldog, caratterino determinato e silenzioso, non poco geloso della sua padrona. È lui il compagno di passeggiata delle serate del protagonista, direzione un bar dove beve la sua birra e si intrattiene con barista e frequentatori abituali, in uno scenario hopperiano fatto di umanità solitaria che si tiene compagnia.

Il film è tutto in questo spleen della reiterazione esistenziale, nella pedissequa ma mai banale ripetizione di una quotidianità che si esprime con semplicità e quiete emotiva. Un sottotono che si incarna nella recitazione introflessa di Adam Driver, cui Jarmush affida un personaggio che incarna il genius loci di quella città che abita a tal punto da assumerne il nome: Paterson è un poeta naturale, un verseggiatore della normalità che scrive le sue poesie su un quadernetto in cui raccoglie il lirismo immanente dei suoi sentimenti, spirito d’osservazione della bellezza che lo circonda. Sarà proprio quel quaderno (di cui Jarmush ci mostra in sovrimpressione i versi), protagonista di una piccola tragedia del sabato sera causata dalla gelosia del cagnetto, ad essere lo specchio in cui rischia di riflettersi l’inespressa tristezza di paterson, il blues della sua esistenza dolorosa che rischia d’improvviso di trovarsi priva di bellezza, dunque priva di senso. Jarmush costruisce questa dinamica drammatica con ironia e trasparenza, senza creare mai effettivi scompensi nel suo personaggio, adagiandosi su quella celebre frase di William Carlos Williams, il grande poeta americano transitato per Paterson cui il protagonista si ispira, che diceva: «Nessuna idea, se non nelle cose».

“Paterson” è un’opera in cui la visione esistenzialista della vita, raffigurata da sempre nel cinema di Jim Jarmush, si spinge in una allitterazione con l’esistere tanto potente e pura da essere commovente.

«“Paterson”», ha detto Jarmusch, «è un antidoto a tutte le oscurità e alle bruttezze dei film drammatici e del cinema d'azione. È un film che lo spettatore dovrebbe lasciar scivolare sotto i suoi occhi, come delle immagini che si vedono dalla finestra di un bus che passa, come una gondola, attraverso le strade di una piccola città dimenticata».

«Quando mi ha contattato Jarmush mi ha detto solo che era una storia d'amore», ha detto, infine, Sottolinea infine la Farahani. «Quello che mi è piaciuto di più e che tra me e Paterson nel film c'è sempre rispetto. Ognuno accetta quello che è l'altro».

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