Pedro Almodovar e le sue donne «Julieta? Sono io...»

CANNES. Com'è stato per Ken Loach e il suo I, Daniel Black e per il lavoro di Woody Allen Cafè Society, anche l'atteso film di Pedro Almodovar, Julieta, passato, ieri, in concorso al Festival di...
CANNES. Com'è stato per Ken Loach e il suo I, Daniel Black e per il lavoro di Woody Allen Cafè Society, anche l'atteso film di Pedro Almodovar, Julieta, passato, ieri, in concorso al Festival di Cannes, è nel segno di un Dio minore. I temi cari al regista spagnolo ci sono tutti, ma come depotenziati, con meno capacità narrativa ed emozionale. Julieta è comunque un film con al centro il mondo femminile, caro da sempre ad Almodovar, ma che indaga anche il dolore in due sue forme: il silenzio e il senso di colpa. Protagonista è Julieta (Emma Suarez e Adriana Ugarte), professoressa di 55 anni, che cerca di spiegare, attraverso una corrispondenza impossibile, a sua figlia Antia (Bianca Pares) tutto ciò che non gli ha potuto mai dire negli ultimi trenta anni. Motivo? La ragazza è andata via quando aveva 18 anni dopo la morte drammatica del padre Xoan (Daniel Grao). È sparita. Insomma lettere a perdere da parte di Julieta, solo un modo di sfogarsi, ma anche di ripercorre la sua vita sfortunata. Da qui scorrono le immagini della vita della donna, del suo sordo dolore e soprattutto dell'incomprensibilità di quello che e accaduto. Ma il tempo, come si vede nel finale del film, gli darà delle risposte, e anche una sorta di risarcimento per quello che ha passato.
Il film, che dal 26 maggio sarà in sala e che doveva chiamarsi Silencio (un titolo a cui il regista spagnolo ha rinunciato perché già scelto da Martin Scorsese per il suo prossimo lavoto) arriva a distanza di tre anni da Gli amanti passeggeri. Nel cast diversi aficionados di Almodóvar: come Rossy de Palma, Inma Cuesta, Pilar Castro, Dario Grandinetti, Daniel Grao, Joaquin Notario e Nathalie Pozo.
Sulla Croisette, l'attesa per il regista spagnolo era maggiore del solito questa volta, anche perché lui, con suo fratello da sempre anche suo produttore, Augustin, è nella lista degli investitori off shore nell'immenso fascicolo mondiale di Panama Papers, e per Julieta, il suo ventesimo film. «Se Panama Papers fosse un film io e mio fratello Augustin avremmo avuto un ruolo da comparse, per la stampa spagnola invece siamo diventati i protagonisti, ma i protagonisti nella realtà sono ben altri».
«Sento il tempo, non è che mi senta vecchio, ma sono d'accordo con Philip Roth: la vecchiaia non è una malattia, è un disastro», ha detto ancora il regista. «Ti viene di pensare alla salute, ti senti fragile e io non pensavo di esserlo. Non sono nostalgico, ma mi mancano gli anni '80, è una constatazione triste, ma è la sensazione che sto vivendo. Ho sempre risposto no alle proposte di scrivere un'autobiografia e non ne ho autorizzata alcuna. La mia autobiografia sono i miei 20 film, sono loro a rappresentarmi perché la mia vita stessa sta nei miei film».
Ecco che Julieta rappresenta quello che è Pedro oggi, maturo, non troppo allegro a dirla tutta. «Le donne, le madri sono sempre state centrali nei miei film e mi hanno sempre rappresentato. Vitali, generose, irruente, questa invece è la più vulnerabile che abbia mai raccontato, la sua è una resistenza passiva e disperata, si porta dentro un dolore indicibile, ha una vita in perdita che la mina come persona e nel finale diventa una specie di zombie».
Il film è doppio anche nei colori: «C'è il technicolor che è il mio cinema, quello dei colori vibranti, vivi, contrastati e poi c'è il nero, può essere un colore molto elegante, meraviglioso ma se è abbinato al lutto è odioso, mi ricorda quando da bambino mia madre era costretta a vestirsi di nero e lo imponeva anche a me, a quel punto il nero diventa una maledizione».
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