Perché l’Ulisse di Nolan è un eroe normalizzato

17 Agosto 2026

Le innovazioni? Andare al cinema con la matita rossa e blu ha poco senso

PESCARA. In questa calda estate, le sale cinematografiche sono affollate di spettatori, soprattutto giovani, attratti da un film sul mito greco. I canali televisivi esumano ogni prodotto legato alla saga omerica. Sui social prolifera la meme-izzazione dell’Odissea e creator rampanti si cimentano con Circe, Calipso, Lestrigoni, red flags e toxic relationships. Crescono le vendite dell’Odissea, le consultazioni in biblioteca e, pare, l’interesse per il greco antico. I più ottimisti prevedono persino benefici per la ricerca antichistica. Tutto questo è riconducibile all’Odissea di Christopher Nolan.

Gli spettatori si sono divisi da subito in due schiere, come Achei e Troiani: ammiratori da una parte, critici dall’altra. Molti i primi, pochi i secondi, con presenza cospicua di questi ultimi tra i commentatori di professione. La potenza spettacolare del film è indiscussa: navi e paesaggi reali anziché simulazioni digitali, tecnologia IMAX pensata per la sala e non per le piattaforme. Il cast è strepitoso, popolare e, con sagacia non inferiore a quella di Ulisse, fortemente connotato sul piano sociale e culturale.

Il punto più controverso è la fedeltà a Omero. Le infedeltà si possono riassumere in tre tipologie: omissioni; trasformazioni e invenzioni; commistioni o “effetto macedonia”. Tra le omissioni spicca l’espunzione dell’incontro con Nausicaa e di quello nell’Ade con la madre Anticlea, con il vano e commovente tentativo di abbracciarne per tre volte il fantasma. Nell’episodio di Polifemo, poi, sono assenti il dialogo con Ulisse, l’ubriacatura del Ciclope e il falso nome Nessuno. Difficile capire le ragioni della scelta. Forse Nolan vuole spingere all’estremo la mostruosità di Polifemo o sottrarre a Ulisse una delle più celebri imprese di manipolazione e violenza, di cui difficilmente, a differenza delle altre, avrebbe potuto pentirsi. In ogni caso, l’omissione mutila l’Odissea di uno degli archetipi della narrativa occidentale.

Lungo è anche l’elenco delle invenzioni e delle commistioni. Inventata, per esempio, è la storia di Sinone bambino, ingannato dal perfido e vile Antinoo, mentre la sua presenza sulla spiaggia di Troia insieme al celebre cavallo, nella grandiosa scena iniziale, è riadattata dall’Eneide di Virgilio. Quanto alle condensazioni intratestuali, basti il loto, cibo dell’oblio, che nel film Calipso dà a Ulisse, mentre in Omero è offerto dai Lotofagi ai suoi compagni. O la cecità del porcaio Eumeo, che in Omero ci ha sempre visto benissimo, mentre a essere cieco è Demodoco, l’aedo dei Feaci. Che dire di queste innovazioni? Andare al cinema con la matita rossa e blu ha poco senso. Un film è un’opera autonoma, da giudicare nella propria coerenza e riuscita estetica. Sia detto con chiarezza: l’Odissea è un gran film, opera di un grande regista. Pretendere la corrispondenza integrale fra cinema e letteratura è operazione forzata e deludente. Nessuna scelta di Nolan, per quanto discutibile, è di per sé scandalosa.

Direi, anzi, che le innovazioni sbandierate come più clamorose non sono poi tanto provocatorie. Elena nera, evidentemente estranea al modello omerico, non è così trasgressiva alla luce dei nostri codici etici ed estetici e già nel 1926 Jahn portò sulla scena una Medea nera. Più suggestivo è lo sfregio che nel film deturpa il viso di Elena (una reazione violenta del rozzo Menelao? Lo sfregio della guerra combattuta per lei che s’iscrive sul suo bellissimo corpo?). Il mito è un corpo vivo. Il rigore assoluto equivale spesso al rigor mortis. La stessa epica omerica, nata dalla viva tradizione orale, mescola materiali di epoche differenti. I testi antichi pullulano di varianti mitiche. Nel 431 a.C. Euripide presenta per la prima volta Medea assassina volontaria dei figli: un'innovazione dirompente, divenuta canonica.

Anche la commistione di testi differenti ha un precedente illustre nella contaminatio del teatro latino. Persino l’Odissea televisiva di Franco Rossi del 1968, citata come modello di fedeltà, non rinuncia a variazioni e fantasie (come dimenticare Eolo e la sua paffuta famiglia in tute vagamente spaziali?). La parola tradizione ha la stessa radice di tradire. A volte, però, non ci si può non interrogare su quale sia il senso del tradimento e quale il suo prezzo. Non posso soffermarmi sulla correttezza degli elementi materiali né sulla presenza collaterale degli dei o sul dolce e romantico “volo” finale. Ma, mi chiedo, che cosa si guadagna mettendo in bocca a Odisseo: «La nostra età del bronzo sta crollando», quando l’età del bronzo è una categoria storiografica moderna, formulata solo nell’Ottocento? È come se Lancillotto proclamasse: «Il nostro Medioevo sta crollando».

L’anacronismo può essere necessario o utile, ma anche molesto e grottesco. E, a costo di sembrare pedanti, se in Omero la spilla di Odisseo raffigura un cane con un cerbiatto tra le zampe, perché trasformarla in un’immagine di Atena? Non è un gioco da eruditi. Una delle domande che più spesso mi pongono, anche i ragazzi, è se un determinato elemento del film sia davvero già nel poema. Arriviamo così al punto decisivo. Di fronte a un testo del passato la tensione è sempre tra libertà del presente e rispetto dell’alterità storica, immedesimazione e distanza, sovrapposizione e differenza. L’Ulisse di Omero è cangiante, astuto, spietato e orgoglioso, competitivo, animato dal bisogno di prevalere per intelligenza e valore. Quello di Nolan è invece un eroe “a una dimensione”: cupo, segnato dalla colpa della guerra e dal ricordo dei compagni morti. Già qualche anno fa, lo psichiatra americano Jonathan Shay lanciò la lettura degli eroi omerici attraverso il trauma del reduce nei libri Achilles in Vietnam e Odysseus in America.

Se l’Odisseo omerico è l’eroe del “molto” – multiforme, molto astuto, capace di molto sopportare – l’Ulisse di Nolan è l’eroe dei molti dubbi, rimorsi e tormenti, che finiscono però per avvitarsi tutti sul solo trauma della guerra. È il marchio angosciato e urgente del nostro presente. Anche Uberto Pasolini, in Itaca. Il ritorno, del 2024, rappresenta Ulisse come un reduce consumato dalla guerra, chiamato a riconquistare non tanto Itaca quanto sé stesso. Le attualizzazioni tendono a rassicurarci. Imponiamo agli eroi del passato i nostri valori, desideri e paure. Tuttavia, i classici sono preziosi perché custodiscono un nucleo duro di inattualità. La loro forza è interrogare i livelli più profondi e meno pacificati dell’esperienza umana, facendo emergere impulsi e conflitti sempre vivi, che la costruzione sociale tende a blandire e rimuovere: la precarietà, la ferocia e l’orrore dell’esistenza, ma anche la sua sacralità, meraviglia e pietà.

In questo senso, l’Ulisse di Nolan è un eroe normalizzato. Ma forse il tratto più “omerico” di Nolan è nel gusto e nel ritmo della narrazione a incastri: nell’avventura, nel fantastico, nel piacere primario di raccontare e incantare il pubblico. La sua Odissea è un film originale, riuscito, da vedere e rivedere, che mi ha divertito e mi ha tenuto avvinto, ma non mi ha emozionato.

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