Pier Paolo, l’intellettuale scomodo e profetico

28 Febbraio 2022

Sempre studiato e discusso, un vero personaggio come prima di lui fu solo D’Annunzio

È stato un unicum nella nostra storia culturale: nessuno ha raccolto l'eredità, che era poi un modo di essere poeta e intellettuale, di Pier Paolo Pasolini, assassinato a 53 anni nel 1975, di cui il 5 marzo si celebrano i cento anni dalla nascita. Non a caso Sciascia lo ha definito «fuori dal tempo», singolare e non ideologico. Torna in mente quel suo «raccogliersi in sé e pensare», verso da La meglio gioventù, scritto a nemmeno 30 anni. È proprio il poeta riflessivo a mancarci oggi, l'intellettuale “luterano”, “corsaro”, come scrive di sé, che attacca il degrado della società, il conformismo della piccola borghesia benpensante e il potere dei Palazzi che ne è espressione. Pasolini analizza, riconosce, denuncia l'involuzione della nostra società con i guasti e le ingiustizie, reagendo con provocazioni che fanno scandalo (dal suo No alla legalizzazione dell'aborto, alla proposta di abolire la tv e la scuola media), non solo tra i suoi avversari, ma anche nel mondo della sinistra. «Tutto ciò fa di lui non solo un grande autore, ma anche un grande personaggio. E l'unico modello precedente, forse, è D'Annunzio», ha dichiarato Gian Carlo Ferretti, amico e studioso nel suo Pasolini personaggio (Edizioni Interlinea). È anche questo suo modo d'essere, il suo aver dato scandalo con le idee come con la sua vita e la sua omosessualità, insieme alle poesie, i romanzi, i film e gli innumerevoli scritti critici, che l'hanno trasformato in una presenza costante del dibattito culturale non solo italiano, punto di riferimento e presenza viva tra studiosi e studenti.
I tantissimi scritti, raccolti in dieci volumi dei Meridiani Mondadori, di questo «poeta, filologo, sciamano, pedagogo socratico e martire nel senso letterale del termine», come lo definisce Valerio Magrelli, continuano a suscitare letture, interpretazioni e approfondimenti che mostrano l'incandescente nucleo delle sue visioni e delle analisi profetiche sulla società industriale. Denunciava come l'Italia stesse vivendo «un processo di adattamento alla propria degradazione» e, 50 anni dopo, quelle parole risultano drammaticamente attuali. Per questo sono semplificazioni inaccettabili limitarsi ad alcune idee, dall'assenza delle lucciole in una natura depredata dall'uomo, al celebre «Io so, ma non ho le prove» circa le trame dietro i fatti di quei tragici anni.
Nato a Bologna il 5 marzo 1922, Paolini visse negli anni ’40 a Casarsa in Friuli con l’amatissima madre e il fratello (morto partigiano). Se ne andò nel 1950 a Roma per sfuggire allo scandalo della denuncia di «corruzione di minori» legata all’omosessualità e alla sua professione di insegnante, che gli costò l'espulsione dal Pci. Nella capitale sempre più, col passare degli anni, la sua vicenda biografica si identifica con quella spesso agitata dello scrittore, dell'artista, dell'intellettuale impegnato a testimoniare e a difendere la propria radicale diversità, fino alla morte, ucciso da uno o più dei suoi «ragazzi di vita». Uomo apparentemente chiuso, preso dal suo pensare, divenne anche regista di film di successo, che ne fecero personaggio pubblico da rotocalchi, che sfruttarono anche lo scandalo dei suoi vari processi per oscenità o apologia di reato e del suo sentirsi “inorganico” e “disomogeneo” al mondo in cui operava con quella sua retorica della provocazione, lucido strumento stilistico demistificatorio di analisi delle ideologie e comportamenti della cultura e della violenza della società neocapitalista, capace di affascinare ancora le giovani generazioni col suo «scandalo del contraddirmi, dell'essere / con te e contro di te; con te nel cuore / in luce, contro di te nelle buie viscere» (da Le ceneri di Gramsci).