Placido: Silone e i Cafoni sono parte di me

Interpretò il personaggio di Berardo Viola nel film girato 38 anni fa: «Con l’Abruzzo ho mantenuto un rapporto vivo»
Michele come Berardo, Placido come Viola. L’eroe “povero” di Silone, il cafone per antonomasia che come per osmosi si ritrova nell’animo di uno degli attori più amati in Italia e all’estero. Oggi a Michele Placido verrà conferita la cittadinanza onoraria di Aielli, a 38 anni di distanza dalle riprese del film “Fontamara” per la regia di Carlo Lizzani.
Il suo ritorno ad Aielli, a distanza di 38 anni, è molto atteso. Quanto è rimasto in lei di Berardo Viola?
«Penso che sia uno di quei personaggi fondamentali nella carriera di un attore perché viene da una penna straordinaria come quella di Ignazio Silone, ma soprattutto è un personaggio di cui ci sarebbe sempre bisogno in una nazione come l’Italia, ma non solo. “Cafone”, legato alla terra, ama e difende dai soprusi di chi vuol togliere a chi ne ha fermamente diritto e poi da questo legame con la terra rinasce anche un‘idea politica, etica dell’uomo fino al sacrificio della propria vita. Mi vengono i brividi ogni volta che ripenso al percorso che ho fatto. Berardo si ostina a non negare la propria dignità, di fronte al sopruso – nel caso suo del fascismo, ma di qualsiasi dittatura, anche se fosse stata comunista – e quando l’uomo perde, attraverso una forma di dittatura che vuole soffocare la libertà, è un male. Anche oggi, alla mia età, sono pochi i personaggi di questo livello. Grazie a Lizzani che mi ha dato l’opportunità di interpretarlo».
Lei sarà insignito della cittadinanza onoraria dal sindaco di Aielli, si aspettava questo riconoscimento?
«Non me lo aspettavo, in genere si dice “Chi ha avuto avuto, chi ha dato ha dato”. Ci siamo voluti bene con gli aiellesi, ho legato con Aielli, perché sono nato in un paese simile che ha sofferto il terremoto e l’emigrazione, abbandonato da Dio e dagli uomini. Quando mi sono ritrovato a vivere quel periodo, in quella zona che dalla Marsica va verso la Ciociaria, insomma le zone depresse del sud, ebbene, mi sono ritrovato a casa. Ho avuto amici che mi hanno ospitato nelle loro case, che mi hanno fatto mangiare bene. Potremo festeggiare assieme dopo tanti anni quello spazio, quel momento breve della mia vita che però è stato significativo. Ringrazio il sindaco Enzo Di Natale che ha avuto questo pensiero per me, è una questione di sensibilità, che lui ha avuto».
La sua attività cinematografica è improntata quasi sempre a film di spessore, con un occhio attento alle questioni politiche e sociali. Non mancano produzioni più leggere, ma le sue preferenze per il cinema di qualità sono state volute oppure dettate dal caso?
«La verità è che io il cinema non l’ho cercato. Volevo fare solo l’attore di teatro, non mi interessava il grande schermo. Sono andato a Roma, ho tentato di entrare nell’Accademia di arte drammatica “Silvio D’Amico”, era quello il mio traguardo, non di diventare un divo. Poi il Padreterno mi ha regalato la notorietà, che non mi ha mai interessato, e ancor meno il guadagno. Non a caso stasera (ieri ndr) sarò a teatro a Napoli, e domani (oggi ndr) ad Aielli. È un lavoro che mi dà tante soddisfazioni. Il cinema è venuto dopo, io ero un attore che amava la poesia. Facevo cinema perché mi pagavano meglio che a teatro, così ho potuto migliorare le condizioni economiche della mia famiglia. Poi piano piano ho capito che anche il cinema poteva avere una funzione sociale soprattutto con registi come Rosi, Lizzani, Damiani, Bellocchio, Monicelli, registi che hanno fatto un grande cinema civile. Attraverso il cinema di qualità ho potuto migliorarmi come uomo ed essere utile».
A parte Fontamara, lei è legato all'Abruzzo sia per la partecipazione a recital teatrali, sia per la collaborazione con artisti abruzzesi come Davide Cavuti. La sua Puglia e l'Abruzzo sono molto simili per tanti versi, si sente un po' cittadino d'Abruzzo?
«Sono molto legato all’Abruzzo perché uno dei miei grandi poeti è D’Annunzio e infatti ad Aielli dedicheremo alla serata anche versi dannunziani. Davide Cavuti è un grande artista e ricordo anche altri amici abruzzesi che hanno collaborato con me, come Lino Guanciale. Lui lo sa quanto gli ho voluto bene e l’ho apprezzato. Ha debuttato con me nel film “Vallanzasca”: pochi pensavano che sarebbe diventato una star della tv. Con me è stato protagonista anche a teatro, a Milano, in uno spettacolo legato a Fontamara, in cui interpretava Berardo Viola. Bravissimo».
Qual è il suo ricordo di Mario Monicelli con il quale girò il film “Romanzo popolare” insieme a Ugo Tognazzi e Ornella Muti?
«Mario è stato un mio secondo padre anche perché il mio l’ho avuto fino a 18 anni. Il signor Monicelli, così va definito, mi ha preso perché ha capito la mia sostanza umana e mi ha voluto come allievo e come amico. Non solo durante i tre film: noi ci siamo frequentati anche al di fuori e mi ha dato consigli di vita. Diceva che la vita è di una bellezza straordinaria ma che sarebbero venuti momenti difficili e quindi che bisogna prenderla con saggezza. Lui non stava mai nel coro, forse anche la scelta finale (il suicidio ndr) è stato una scelta da rispettare. Spero di non fare la stessa scelta, ma quando si arriva a una certa età, una malattia può farti fare cattivi pensieri. La mia positività mi porterà a una scelta naturale, ma va rispettata la libertà della scelta».
La scelta di interpretare il commissario Cattani nella Piovra è in qualche modo legato alla sua esperienza nella Polizia di Stato?
«No, è stato casuale, perché io ero in Polizia, ed è stata un’esperienza dura, ma l’ho voluta perché il militare bisognava farlo e allora meglio dove c’era un addestramento più duro. E poi ho trovato tanti amici perché avevi un vicino di branda siciliano, un altro piemontese e quindi ti confrontavi con italiani di ogni luogo. Io oggi lo riproporrei ai ragazzi, magari per tre mesi, come servizio civile. La polizia è stata una bella prova dura che mi ha fatto bene, ha formato la mia personalità. Monicelli dopo la prima Piovra mi disse: “Oh, ma sembri un poliziotto vero!”. Quell’esperienza fu decisiva».
Lei ha raccontato in un film gustosissimo - "Viva l'Italia" - la parte di un politico che non può non dire la verità. Che impressione ha della politica di oggi con i partiti tradizionali messi all'angolo e l'avanzamento di partiti nazionalisti e populisti un po' in tutta l'Europa, Italia compresa?
«Il populismo oggi è come uno di quei momenti in cui ci sono i ritorni. Dopo la prima guerra mondiale si verificò, speriamo che stavolta non sfoci nel fascismo e nel nazismo. L’Italia, però, è vaccinata grazie alla sua esperienza antifascista. E poi io credo nell’Europa. Gli Stati moderni possono far sì che non si ripetano quegli errori, ma bisogna stare attenti alle promesse, anche se bisogna dare la possibilità a chi ha vinto le elezioni di governare».
Cosa pensa della chiusura dei porti e del respingimento dei barconi con i disperati del mare?
«La mia riflessione è un po’ legata al personaggio di Viola e a Silone. Noi sappiamo che Silone era uno di sinistra ma con una grande religiosità. Il papa ha detto la cosa più bella: “Noi dobbiamo pensare che chi ha bisogno di aiuto è nostro fratello e abbiamo il dovere di aiutarlo, il modo lo devono decidere i governi, ma la prima cosa è l’accoglienza. Su una cosa ha ragione Salvini: non possiamo scaricare tutto sull’Italia. Abbiamo una grande cultura cattolica e cristiana che ci può aiutare a non far perdere ai politici l’umanità».
C'è un attore che può essere considerato il suo erede?
«Lino Guanciale è l’attore in cui io mi ritrovo e poi c’è anche Vinicio Marchioni che è un grande attore di teatro. Hanno entrambi qualità intellettuali molto alte, bisogna avere cervello per essere grandi attori».
Il talento di nuovi registi italiani come Sorrentino, Garrone e tanti altri può far tornare il nostro cinema ai fasti di un tempo?
«Mi considero prima di tutto un attore e quando i miei colleghi attori come Germano, Bentivoglio, Rossi Stuart – tutti quelli che hanno fatto Romanzo criminale – mi chiamano, io mi sento onorato perché mi sento un direttore di attori e mi piace che abbiano preso premi importanti, sono orgoglioso di loro. Il cinema italiano c’è, le punte sono Sorrentino e Garrone, ma c’è anche Virzì e poi tanti giovani che stanno dando un futuro al nostro cinema. Pensiamo per esempio a Mainetti».
Che rapporto ha con sua figlia Violante, un po’ attrice e un po’ cantante?
«Viola è soprattutto uno spirito libero, esprime la sua gioia di vita attraverso una sorta di artisticità mentale, in cui l’espressione non è legata al successo, alla carriera, è molto spontanea come artista. Quando canta ha una sua poesia, idem come attrice, e questo la rende diversa da altre star che mordono il freno per affermarsi a tutti i costi».
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