Plebisciti e potere, una storia europea

30 Maggio 2017

Lo studioso abruzzese Enzo Fimiani affronta il tema del consenso nel libro “L’unanimità più uno”

C’è un prima e c’è un dopo. Quanto meno per quanto riguarda la natura dei plebisciti, quella chiamata alle urne per decidere, con un sì o con un no. Lo spartiacque sembra essere il 27 giugno 1793, in Francia, ai tempi della Convenzione, che aveva seguito la Rivoluzione francese. Lo sostiene Enzo Fimiani, pescarese, storico, saggista e coordinatore delle biblioteche di ateneo dell’università d’Annunzio Chieti-Pescara, nel suo ultimo libro, "L’unanimità più uno. Plebisciti e potere, una storia europea (secoli XVIII-XX)", appena uscito per Le Monnier.
Sì, perché in quel giorno, la natura dei plebisciti cambiò verso: «finiva il tempo delle origini», scrive Fimiani, «e delle elaborazioni ideali, e si apriva quello della concreta applicazione storica». Uno «scandalo», poiché in quell’estate del 1793, il popolo, come se fosse un sovrano, avrebbe dovuto ratificare la Costituzione dell’anno I. Anche se, un sì o un no, nei confronti di un individuo, una persona, un "Uomo", come rimarca l’autore, per la prima volta si verificò nell’agosto del 1802, a favore di Napoleone Bonaparte, che, diventato così console a vita, aprì la strada al cesarismo (che Marx però contestava, come termine, poiché, se paragonato al regime di Cesare, questa, secondo il filosofo tedesco, altro non era che «un’analogia storica superficiale»).
Ma il libro di Fimiani, che non si dilunga sugli aspetti dottrinari, se non nella terza parte del volume, con alcuni ipotesi concettuali – visto che lo scopo è di tracciare un filo conduttore sulla storia dei plebisciti – non per questo non ricorda il dibattito sulla natura del plebiscito, come quando riporta uno stralcio di una lettera di Tocqueville, in cui lo studioso francese sottolinea che con questo strumento «si chiama il popolo a esprimere la propria opinione e tuttavia si sopprime ogni discussione pubblica e persino ogni conoscenza dei fatti». Una riflessione emblematica, che fa rima non solo col problema del “numero” (può il numero, e dunque la maggioranza, essere l’unico criterio per decidere sul valore della decisione politica?), ma anche con il populismo, il quale, se da un lato coglie degli aspetti essenziali della volontà popolare, dall’altro, nelle sue degenerazioni, semplifica questioni che meriterebbero indagini più radicali. E sulla questione del “numero”, pensatori come Lorimer, Holtzendorff, Miceli o Persico, tra '800 e '900 s’interrogarono sul merito. Non ultimo, come ricordato in un capitolo del libro di Fimiani, il tema che lega il plebiscito alle dittature. Perché se è pur vero che, almeno stando all’accezione etimologica, ogni chiamata del popolo sa di democrazia, al di là di ciò che si pensi della democrazia, è altrettanto vero che «l’unanimità più uno» dà quel senso autentico del superamento di qualsiasi concetto che si rifaccia ad un fantomatico popolo, per indirizzarsi verso un mero atto fideistico, che sia esso una legge o, per parafrasare Weber, un «dittatore del campo di battaglia elettorale».
Vito de Luca
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