«Pop e classica, che spettacolo a Magliano»

Il pianista di Celano, Nazzareno Carusi, racconta il concerto dell’Osa ripensando alla sua collaborazione con Lucio Dalla
Una decina d’anni fa, quando chiesero a Lucio Dalla cosa facessimo in tv lui e io davanti a un pianoforte, rispose che solo le malelingue potevano porre una domanda simile. Perché la ragione era, parole sue, «la nostra stessa voglia di abbattere gli steccati che circondano la musica». Esagerato, forse. Ma era vero che volevamo provare a dimostrare come la grandezza musicale, in quel caso di Puccini, non fosse sminuita dall’essere affrontata - semel in anno - da chi provenisse da un mondo differente purché grande anch’esso. E quello di Dalla, grande era davvero. Eseguimmo dunque il “Nessun dorma” limitandoci a quella sola volta, come avevo fatto con Sergio Cammariere nel mio “Notturno”, per ripararci con questa unicità dal rischio d’inoltrarci nel campo poco aprico della “contaminazione”, la quale soprattutto oggi ammanta di finzione iniziative artistiche che non voglio giudicare nella loro autenticità d’ispirazione e nemmeno nel loro successo popolare, ma che troppo spesso non riesco a non vedere, e a non sentire, come autentiche sciocchezze. No. Noi eravamo semplicemente un genio del pop e un pianista fortunato che buttavano uno sguardo, e uno sguardo solo, da angoli del mondo della musica diversi ma ugualmente coscienziosi e amorevoli, a un capolavoro della lirica.
Registrammo così, in presa diretta, una versione dell’aria di Calaf in cui Lucio faceva il “tenorino”, come scherzosamente si definì da solo, e io suonavo una classica trascrizione dall’orchestra. Anni dopo, il critico Marco Mangiarotti disse che andavamo continuamente dentro e fuori dalla partitura, ma mai dentro e fuori dalla musica. Il che, non essendo né lui Pavarotti né io Muti con l’orchestra della Scala, era proprio quel che volevamo; ma di quel giudizio così bello fui felice solo io, perché Dalla nel frattempo non c’era più. Ora, va da sé che la sua grandezza era fuori misura e quella di Puccini è universale. Eppure, credo che la stessa cosa valga sempre, anche più in piccolo, purché chi affronti opere d’altro genere musicale rispetto al suo sia bravo di talento e (direi, soprattutto) di coscienza.
Ed ecco spiegata la curiosità che avevo l’altra sera, a Magliano de’ Marsi, di ascoltare il programma del concerto dell’Osa (Orchestra sinfonica abruzzese) diretta da Angelo Valori, che ne ha integrato l’organico con il suo Medit Ensemble di giovani cantanti e strumentisti pop diplomati al Conservatorio di Pescara.
Insieme, suonavano quindi un repertorio di famosissime canzoni pop una ventina di professori d’orchestra di lunga esperienza classica e una decina di ragazzi appena usciti dai nuovi percorsi didattici dei conservatorii, come i burocrati del ministero chiamano i nuovi programmi di studio musicale con antimusicale neologismo. Gli archi e i fiati dell’Osa (ne cito due per tutti: il primo violino Stefano Minore e il primo clarinetto Gianluca Sulli) si sono adagiati benissimo sull’onda dello swing. I giovani pescaresi erano di una intonazione e di un insieme formidabili.
E il maestro Valori ha concertato con un modo di porsi a tutti che diceva quel rispetto profondo per la musica e quell’amore per la sua storia che soli consentono di accostarne, senza svilirli, lavori e scuole tanto diversi. Paradigma ne è stata la sua piccola premessa all’esecuzione di “Joyful, Joyful”, brano che rielabora in stile funky addirittura l’Inno alla Gioia di Beethoven. Avrebbe potuto essere un colpo basso al gusto musicale: è stata invece la prova di un’accortezza artistica preziosa perché nobilmente umile. Figlia d’amore, appunto, e di rispetto, coscienza e studio. Un concerto splendido.
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