Quando (anche noi) eravamo cannibali

5 Dicembre 2015

Un saggio sull’antropofagia nel Medioevo in Europa oggi alla libreria City Lights di Pescara

C’è stato un tempo in cui eravamo cannibali anche noi in Occidente: per fame, vendetta o, addirittura, per amore. Ce lo ricorda un recente saggio appena edito dal Mulino (256 pagine, 22 euro) dal titolo “Il fiero pasto. Antropofagie medievali” . L’autrice, Angelica Montanari, lo presenterà, oggi alle 17.30 a Pescara, nella libreria City Lights in via del Porto 18. Montanari ha conseguito il dottorato all’Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. Dopo aver collaborato con la Uff-Universidade Federal Fluminense di Niteroi in Brasile, lavora al dipartimento di Beni culturali dell’università di Bologna. Ecco un estratto dell’introduzione che la giovane studiosa ha premesso al suo saggio.

di ANGELICA MONTANARI

Tutti conoscono il «fiero pasto» dell’Ugolino dantesco, crudele riproposizione dell’agghiacciante attimo in cui la Torre dei Gualandi si trasformò nella Torre della Fame, quando «più che ’l dolor, poté ’l digiuno»1. Rinchiuso, senza viveri, assieme a figli e nipoti, secondo la leggenda il conte, visti i propri cari spegnersi tra gli stenti, avrebbe ceduto ai morsi della gola facendone scempio. L’interpretazione dei versi della Commedia ha da sempre suscitato dubbi e perplessità: la conclusione della vicenda pareva già ai contemporanei di duplice lettura, dividendo i commentatori tra chi, come Iacomo della Lana, considerava Ugolino un padre antropofago e chi, come Cristoforo Landino il secolo successivo, decifrava le parole di Dante nel loro significato più benigno, ritenendo inappropriata l’allusione all’antropofagia. Il canto XXXIII dell’Inferno ha marcato l’immaginario antropofago dal Medioevo fino ai giorni nostri, ma non altrettanto si può dire dei molteplici altri richiami al cannibalismo presenti nella letteratura medievale. A fronte di una storia del corpo rilanciata con vivo interesse negli ultimi decenni, a partire dagli studi di Jacques Le Goff e Jean-Claude Schmitt, soltanto un esiguo numero di studi si concentra sulla più violenta (o misericordiosa) forma di tanatoprassi conosciuta: l’ingestione di carne umana. Tale lacuna non è dovuta alla mancanza di riferimenti nelle fonti medievali, poiché al contrario gli scritti del tempo esondano di banchetti cannibalici: i mangiatori di uomini compaiono in opere inattese, occhieggiano dalle pagine di bestiari e libri di mostri, popolano manoscritti letterari e cronachistici infiltrandosi nelle testimonianze più insospettabili. Tuttavia, quando capita di imbattersi nei divoratori di uomini, raramente li si fronteggia con attenzione e piglio scientifico: lo sguardo scivola sulle loro malefatte, e si legge, si annota, ci si incuriosisce, ma si passa oltre. Gli antropofagi restano quindi relativamente in ombra all’interno della storiografia attuale, irrimediabilmente confinati nella loro prigione aneddotica, le cui mura sono costruite dalla notizia macabra o curiosa, dall’horribile dictu, dalle vicende episodiche più o meno edificanti. Ciò è probabilmente dovuto al carattere stesso dei riferimenti, che costellano sì le testimonianze medievali, ma sono accompagnati solo da episodiche formulazioni teoriche, al punto che difetta persino una terminologia atta a designare il fenomeno.. Il termine cannibalismo è infatti mutuato nel XVI secolo dal nome attribuito dagli abitanti delle isole Bahamas e di Cuba agli indigeni delle Piccole Antille, i feroci Caraibi, ritenuti mangiatori di uomini. Il lemma antropofagia, poi, correntemente in uso nell’antichità classica (per esempio in Aristotele e in Plinio), non compare a livello macroscopico nei testi latini o vernacolari, dove si trova quasi esclusivamente come trascrizione e traduzione dell’analogo greco.

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