Quando Andreotti dirottò Falcao verso la sua Roma

“La Repubblica nel pallone”, Belli e Piccinelli e le storie di calcio e politici, amore non corrisposto
Romanisti che mettevano una buona parola per la Lazio, comunisti col pallino della Juve “squadra dei padroni”, leader nazionali di partito che agivano dietro le quinte per la squadra di riferimento: i politici italiani a mettere le mani sul pallone ci hanno sempre provato, ma senza mai riuscirci davvero. È quanto racconta “La Repubblica nel pallone. Calcio e politici, un amore non corrisposto” di Fabio Belli e Marco Piccinelli per Rogas editore: la storia dello sport più amato nel Belpaese attraverso una lunga serie di aneddoti, fatti storici e interviste esclusive.
Belli, perché quello tra calcio e potere è un amore non è corrisposto?
I politici provano sempre a strizzare l’occhio allo sport, portano avanti continui tentativi di ingerenza per sfruttare a fini propagandistici la visibilità che dà il pallone, ma non ci riescono mai fino in fondo. Certo, un presidente della Figc come Antonio Matarrese andava a braccetto col potere. Ma alla fine i tifosi, la base del calcio, mantengono sempre una certa distanza.
Nessun amore corrisposto quindi?
L’unica eccezione ad alti livelli è forse l’armatore Achille Lauro, presidente del Napoli e sindaco di Napoli, che aveva intuito quanto e come il calcio potesse essergli utile per governare e aumentare il consenso.
L’Italia è un caso particolare in questo rapporto calcio-politica?
Di certo da noi nessuna ideologia è stata fortemente legata a un club come ad esempio il Real Madrid in Spagna, “equipo de gobierno” per eccellenza anche dopo la fine del franchismo. L’Inghilterra è il posto più lontano dal rapporto stretto calcio-politica: anzi, lì le tifoserie sono più legate al club che alla città, un po’ come quando gli inglesi portarono il football in Italia, prima che, alla fine degli anni ’20, il fascismo spingesse affinché ogni città avesse una squadra che la identificasse.
Però uno come Silvio Berlusconi è stata a capo del Governo e alla guida di un grande club.
È uno dei pochi che riesce a unire calcio e politica, ma sempre fino a un certo punto, perché doveva comunque fare i conti con gli antimilanisti. Tra l’altro era un’ambizione antica la sua: quando acquistò la squadra dell’Edilnord, e vide il pullman del Milan arrivato per un’amichevole della formazione Allievi, disse: “Un giorno questo sarà mio”. Ma prima provò anche a comprare l’Inter: aveva capito quanto il calcio potesse tornare utile.
Un altro Berlusconi non c’è stato?
Ci ha provato Gian Mauro Borsano col Torino, spinto dal torinista Bettino Craxi, che voleva emulare Berlusconi indirettamente, spingendo un imprenditore vicino al Psi. A un certo punto, col Torino terzo in campionato e in finale di Coppa Uefa, la storia stava prendendo una certa piega. Ma arrivò tangentopoli.
Dietro le quinte in tanti hanno fatto la loro parte.
Qui non possiamo non citare Ciriaco De Mita: il suo decennio ai vertici della Dc coincide con il decennio d’oro in serie A dell’Avellino. Si racconta che dopo una vittoria degli irpini lo videro brindare con l’arbitro negli spogliatoi.
Il personaggio più singolare di “La Repubblica nel pallone”?
Giovanni Di Stefano, presidente del Campobasso, idolo di “Mai dire gol” dall’italiano pittoresco, avvocato a Londra senza averne titolo, che tenta di sfondare in politica in Serbia al fianco della Tigre Arkan: in tutte le presentazioni del libro è sempre quello che riscuote più successo.
Singolare anche il rapporto tra Juventus “squadra dei padroni” e tifosi comunisti eccellenti.
Basti pensare all’aneddoto di Palmiro Togliatti che dice “Come pretendi di fare la rivoluzione se non sai il risultato della Juve?”. Marco Rizzo, segretario del Pc ma anche torinista sfegatato ed ex ultrà granata, in un’intervista ci racconta della politica juventina che, per ingraziarsi il proletariato piemontese, compra giocatori forti del Sud per far sì che gli operai meridionali immigrati orientino il tifo verso la Juve in una città prevalentemente torinista, proletariato compreso.
Altre contraddizioni?
In un’altra intervista il figlio laziale di Giulio Andreotti, notoriamente romanista, al punto che si spese per “dirottare” Paulo Roberto Falcao dall’Inter alla Roma, racconta di come il padre cercasse anche di aiutare la Lazio.
Come nasce la vostra passione per questo modo di raccontare lo sport?
Da una visione del calcio che va oltre il calcio, alla ricerca di storie, personaggi e contesti storici che accompagnano le competizioni. È il bello di questo sport: è una miniera d’oro che offre una miriade di metafore sulla vita e sulla società.
Prossimo progetto?
Con Piccinelli vorremmo approfondire il calcio pionieristico a Roma, ricostruendo i legami dei vari club con i quartieri o le classi sociali, capire qual era la squadra papalina o quella più operaia.