Quella volta che definì L’Aquila “nuova Pompei”

3 Settembre 2020

PESCARA. Philippe Daverio veniva spesso in Abruzzo. La sua è stata una presenza costante negli anni. Partecipava a dibattiti, visitava monumenti, curava mostre. Indimenticabile l’allestimento del...

PESCARA. Philippe Daverio veniva spesso in Abruzzo. La sua è stata una presenza costante negli anni. Partecipava a dibattiti, visitava monumenti, curava mostre. Indimenticabile l’allestimento del 57° Premio Michetti nel 2006 dal titolo Laboratorio Italia: 100 artisti che Daverio nelle vesti di un “antropologo” dell’arte catalogò in cinque suggestive etnie, a seconda delle diverse espressioni: Insubri-espressionisti, Felsini-morbidi, Etruschi-materici, Adriatici-bizantini e Mediterranei-barocchi.
Ma L’Aquila in particolare era nel suo cuore. A 5 anni dal terremoto scrisse su Io Donna del Corriere della Sera un’impietosa, dolorosa, forse troppo disperata, diagnosi della situazione post sisma: «Oggi L’Aquila rischia di diventare la Pompei del XXI secolo»; scrisse lapidario. «Il riordino immediato dei materiali storici feriti avrebbe consentito una pratica ricostruttiva che oggi appare estremamente difficile. La linea d’indirizzo, in un drammatico conflitto fra Stato italiano apparentemente lontano dalla realtà e l’amministrazione locale straziata dalle impellenze, ha portato verso un caos che sembra privo d’ogni prospettiva. E lentamente, inesorabilmente, le rovine si fanno storiche. Ciò che allora avrebbe potuto essere salvato con interventi tempestivi legati a una progettualità precisa», scrisse ancora Daverio, «appare oggi definitivamente compromesso. La scommessa aperta subito dopo il sisma, l’ipotesi d’una coralità di interventi dove spesso gli specialisti italiani trovano apprezzamento fuori dall’Italia, la solidarietà della comunità internazionale sembrano non avere dato una risposta di sistema a un dramma che era forse più alto delle forze messe in campo dalla pura politica». L’ultimo collegamento con l’Abruzzo è stato nel febbraio scorso. Quando Daverio decise di lasciare l’incarico di consigliere d’amministrazione del Teatro alla Scala, al suo posto venne chiamato il pianista e concertista abruzzese, nativo di Celano, Nazzareno Carusi. Che ieri lo ha ricordato così: «Addio maestro della cultura italiana. Tra gli incarichi prestigiosi da lui assolti con senso altissimo dell’arte e delle istituzioni, l’impegno e la dedizione quale consigliere del Teatro alla Scala. Addio, Maestro, e grazie di tutto».