Quelle donne come bestie da soma

8 Marzo 2016

Pollice: «Io da giovane medico fra le pazienti di quell’Abruzzo arcaico che non esiste più...»

In occasione dell’8 marzo, Festa della donna, pubblichiamo un articolo di Filippo Pollice, psichiatra abruzzese, sui suoi rapporti con le pazienti all’inizio della sua carriera di medico.

di FILIPPO POLLICE *

Nei primi anni della mia carriera professionale, ho esercitato l'attività di medico condotto nei comuni più alti della provincia di Chieti; Gamberale e Pizzoferrato. Eroici paesi di montagna, a quel tempo oltre duemila abitanti non raggruppati nel centro ma sparpagliati in frazioni lontane e casolari sperduti che dovevo raggiungere a piedi, spesso tra le bufere di neve.

All'inizio degli anni settanta, c'era una sola strada brecciata che conduceva a valle, non praticabile dagli spartineve. Non c'erano farmacie, gli ospedali lontani diventavano miraggi irraggiungibili.

In certe invernate particolari, i due paesi restavano isolati da muraglie di neve, per molti giorni. Si poteva morire per una banale appendicite che nel gergo locale veniva chiamata "miserere", ossia il canto dei defunti, per il numero delle vittime che aveva procurato nel passato.

Ricordo che un'anziana donna, deceduta a Gamberale, restò a casa per quattro giorni perché la neve abbondante e la bufera impedivano la sepoltura, ossia il viaggio verso l'ultima dimora. Scrissi nel mio diario:"Qui è difficile vivere e proibito morire" ! Adesso la situazione è decisamente cambiata. Strade asfaltate, potenti spartineve a turbina, evitano l'isolamento.

Sono tornato recentemente in quei luoghi. Ho incontrato turisti, persone nuove, farmacie fornitissime, alberghi, ma ho trovato molte porte sprangate, qualche vicolo muto e la voce familiare del vento a frugare insieme con me, inutilmente, la presenza di gente nativa emigrata lontano.

La mia testimonianza per l'Otto di marzo, Festa della donna, è inscindibilmente legata a quel mondo di asprezze e di altezze della montagna, dissanguata dall'emigrazione maschile, a quel tempo verso la Germania, che trasformò la donna da madre ad autentica "bestia da soma" come nei quadri di Teofilo Patini,dovendosi addossare anche i compiti, la fatica muscolare degli uomini assenti e lontani.

Vittima eroica dell'emigrazione per me, emblema e simbolo di un dramma umano, coniugata tutta al femminile, è una giovane mamma ritrovata a brandelli su di una pietraia riarsa di cui bisognava constatare la morte.

Stando alla ricostruzione dei fatti,stava pascolando una mula portando il figlioletto in braccio ma, per non perdere tempo, contemporaneamente faceva la calza. Per avere le mani libere, si era legata la cavezza della mula ad un braccio.

Improvvisamente un boato prodotto da un aereo di passaggio, terrorizzava l'animale che iniziava una corsa folle, trascinandosi dietro la poveretta che aveva avuto giusto il tempo di staccare il figlioletto dalle sue braccia, salvandolo da sicura morte.

Le sue grida disperate non le giovarono l'aiuto di alcuno in quella solitudine, anzi non fecero altro che acuire il terrore della bestia che fermò la sua folle corsa dopo che era stato fatto scempio del corpo della povera donna.

Donna martire, dunque, donna simbolo dell'eroismo spesso misconosciuto delle mogli degli emigranti !

Quella donna si chiamava Teresa De Iuliis !

Era di Pizzoferrato.

e neuropsichiatra

dell’età evolutiva

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