«Questa politica non fa più neanche ridere»

L’attore apre oggi la rassegna TerAmoPoesia «Mi piacciono i poeti liberi, l’arte per l’arte»
di Anna Fusaro
TERAMO
Coincide con la Giornata mondiale della poesia e con l'arrivo della primavera l'inizio, oggi, della X edizione di TerAmoPoesia, la bella e attesa rassegna di poesia moderna e contemporanea organizzata a Teramo dalla Fondazione Tercas con la direzione artistica della poeta Daniela Attanasio e del regista Silvio Araclio. L'attore Neri Marcorè e il critico Roberto Galaverni sono i protagonisti del primo incontro, incentrato sul tema del male di vivere e sui poeti che ne sono stati interpreti, Leopardi, Pasolini, Pavese, Sylvia Plath, Antonia Pozzi, Paul Celan. Appuntamento alle ore 18, nella sala San Carlo del museo archeologico Savini. Ingresso libero.
Del suo rapporto con la poesia, con l'Abruzzo, e di molto altro ancora ha raccontato al Centro il poliedrico Neri Marcorè, marchigiano di Porto Sant'Elpidio, attore di cinema (decorato con un Nastro d'argento), teatro e televisione, imitatore, doppiatore e cantante: «L'Abruzzo è una di quelle regioni che frequento di più, anche per via della vicinanza con le Marche. Ci vengo spesso, lo attraverso quando da Roma, dove abito, torno nella casa di Sant'Elpidio. Ho parenti a Vasto. Conosco le Virtù teramane, che mi ha fatto apprezzare un vicino di casa abruzzese. Vado a sciare a Campo Felice. Recentemente sono stato due giorni a Santo Stefano di Sessanio. Dell'Abruzzo amo l'origine rurale dei paesi, molto simili in questo aspetto ai paesi delle Marche».
Che rapporto ha con la poesia?
«Come capita a molti, ho apprezzato la poesia in età adulta. A scuola abbiamo imparato le poesie a memoria, secondo i metodi tradizionali di insegnamento. Era un esercizio indubbiamente utile e bello ma poneva la poesia su un piano di inevitabilità, togliendole forse curiosità. In una fase successiva, adulta, scatta invece un vero interesse. In generale non amo la poesia che miri a ottenere un puro risultato estetico anziché l'espressione di un sentimento. Mi piace la poesia che viene da dentro, che non ha bisogno di metrica, di autocompiacimento, di complimenti. Forse la poesia è la più alta espressione artistica, è l'arte per l'arte. Tutto il resto è artificio, e quando la poesia è vuota questa artificiosità è più evidente. Amo i poeti più liberi da questi limiti».
Quali sono?
«Il mio amico Filippo Davoli, di Macerata, Valerio Magrelli, Sandro Penna, Wyslawa Szymborska, Alda Merini. E Leopardi, ovviamente. Anche Rodari era fantastico».
A Teramo darà voce anche ai versi di Pasolini.
«Il tema del male di vivere ci proietta verso altre dimensioni. Pasolini esprime proprio attraverso la poesia un'esperienza di vita e sofferenza».
A Pasolini e De André è legato il suo recente spettacolo “Quello che non ho” con il genovese Teatro dell'Archivolto.
«Dopo aver portato in scena Gaber con “Un certo si-gnor G.” mi piaceva l'idea di fare qualcosa su Fabrizio De André. Giorgio Gallione, regista dell'Archivolto, ha avuto l'idea di accostare le canzoni di De André al Pasolini degli “Scritti corsari” per parlare, attraverso loro, di temi importanti, dei mali del nostro tempo, lo sfruttamento dell'uomo, i pregiudizi».
Per lei, attore e cantante, la forma del teatro-canzone è la più congeniale?
«In questo periodo della mia vita sì. Mi va di coniugare la narrazione teatrale con la musica, mia grande passione. Perciò cerco di metterle insieme. Però si cambia, a seconda di curiosità e momento».
Molti spettacoli teatrali, tanti film e numerose fiction televisive. A quale suo personaggio è più legato e quale dimensione preferisce?
«Non ho la risposta purtroppo. Ho puntato a fare tante cose diverse, perché specchio delle mie sfaccettature. Ho puntato a varie forme, e un po' tutte sono germogliate. Non c'è la necessità di scegliere, sono legato a tutta questa mia attività composita e variopinta, alla mia natura eclettica. Né so se, dedicandomi solo al teatro, o al cinema, o alla tv, sarei stato un interprete migliore».
Nel 2007 appoggiò pubblicamente Walter Veltroni. Oggi appoggerebbe questo Pd?
«No, non lo farei. In quel momento lì avevo una forte ammirazione per come Veltroni interpretava la politica, nonostante certe critiche cattivelle sul suo buonismo. Non ero candidato, né ho avuto incarichi amministrativi. Semplicemente condividevo la sua idea di un partito più largo in cui potessero riconoscersi tutte le varie anime della sinistra. I princìpi erano buoni, Tutto ha assunto poi altri significati. Se la politica non ci piace è perché i suoi attori la coniugano male. Mi piace guardare da vicino la politica, ma senza entrarci. Si può fare politica anche solo attraverso il proprio mestiere, nel mio caso con la satira. Adesso però sono provato da anni in cui si sono accumulate delusioni. Mi è anche calata la voglia di ridere di questi politici. Questo governo alcune cose buone le ha fatte, altre avrebbe potuto farle in modo diverso, un po' più di sinistra, come direbbe Moretti».
Lei è un appassionato di calcio, tifoso della Juventus.
«E dell'Ascoli. Questo magari a Teramo non farà piacere».
Addolorato per l'eliminazione della Juve dalla Champions?
«Addolorato è un po' troppo. Dispiaciuto, per com'è andata. La superiorità del Bayern si è concretizzata solo nei supplementari. L'impresa strepitosa era a portata di mano».
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