Raoul Bova: «La sfida più difficile e lunga è essere me stesso»

L’attore si racconta al Marateale: dal nuoto-ossessione al primo ruolo alle serie in arrivo Emily in Paris e Don Matteo
MARATEA. Le aspettative che «diventano un carico di 100 kg sulle spalle», l’abbandono del nuoto dopo una gara persa e la sensazione che «lo sport anziché gioia fosse una gabbia», il primo provino della vita, quello per la fiction sui fratelli Abbagnale, e il crollo psicologico che convinse il regista Stefano Reali a prendere quel giovane attore bello e sconosciuto. E poi ancora il sogno americano e la popolarità in Italia. Raoul Bova si racconta al festival del cinema Marateale – Premio Internazionale Basilicata, con la sincerità e quella umiltà che sono un po’ la sua forza.
E ora arrivano Emily in Paris 4 e Don Matteo 14. «Ho fatto la prova costumi a Parigi in un contesto produttivo gigante e però curatissimo. Poi le riprese a Roma. La prima scena? A letto con Philippine Leroy-Beaulieu, la boss Sylvie dell’agenzia, così tanto per rompere il ghiaccio», racconta Bova. «Ero terrorizzato, lei è stata divertente, abbiamo scherzato e tutto è andato bene da quel momento in poi. Certo un po’ di stereotipo c’è: io interpreto Giancarlo, un regista pubblicitario italiano con cui Sylvie si rilassa, si sente libera, sorridente, sono il suo detox, ma Emily in Paris è una serie leggera e divertente e non si può chiedere altro se è un successo globale», aggiunge della saga con Lily Collins attesa su Netflix dal 15 agosto in cui è una new entry (con Anna Galiena ed Eugenio Franceschini). Dalla serie global a quella iper nazional popolare di Don Matteo, la cui 14ª stagione arriva su Rai1 dal 17 ottobre ed è la prima in cui Bova è titolare a tutti gli effetti (è entrato nella 5ª puntata della 13ª): c’è un Don Massimo al posto del prete in bici storicamente interpretato da Terence Hill. «Non vorrei dire, ma questa serie è venuta molto bene, con temi interessanti come è caratteristica di questa fiction , forse è il segreto di una ventennale longevità, di essere un orologio sempre al passo con il tempo. In questa stagione» prosegue Bova «c’è il nuovo capitano Eugenio Mastandrea ed entra in gioco Federica Sabatini che interpreta mia sorella. Si comincia a sapere qualcosa di più del personale vissuto di don Massimo, c’è un tema familiare e un tema più grande che riguarda il perdono e la capacità di mettersi in discussione e comprendere il prossimo. Sono entrato un po’ in sordina rispetto a una macchina da guerra come don Matteo e ora comincio a sentirmi vicino il personaggio. Cosa mi piace più di tutto? Il suo essere intergenerazionale». L’occasione della masterclass nel festival diretto da Nicola Timpone è anche quella di guardare il passato, testimoniando ai tanti giovani che lo ascoltano una grande tenacia. «Il destino che avevo progettato, quello di campione, si è infranto sotto il peso delle aspettative mie, di mio padre, del mio allenatore. Avevo bisogno di supporto più morale che fisico, la voglia di gareggiare era un’ossessione, soffrivo il giudizio, ansia incredibile, ci sono voluti anni per riappropriarmi dello sport come gioia. Era una gabbia da cui scappare ma avevo paura di deludere soprattutto mio padre. Dopo aver perso la gara della vita ho abbandonato, mi ha salvato il cinema. Andai a un provino e anziché farlo crollai psicologicamente davanti al regista, raccontando tutto il mio dolore, una liberazione e ancora oggi ringrazio Reali per avermi ascoltato, lo colpii talmente sul piano umano che mi diede il ruolo di protagonista. Ma», assicura, «da quel giorno mi sono sentito fortunato, un prescelto senza merito e decisi di recuperare studiando come un matto recitazione per anni, ed è così che ho cominciato a far pace con me stesso, scoprire questo mondo senza l’ansia di vincere che mi portavo dietro dallo sport. Ho capito che per essere me stesso dovevo essere meno severo con me stesso, senza fare quello che gli altri si aspettavano da me». E ha fatto i conti con la sua bellezza, «se ancora mi si fa questa domanda che era un classico 15 anni fa, ringrazio commosso», scherza. Anche con l’esperienza americana si è riappacificato: «Avevo investito tantissimo, casa, agenzia Caa, scuole, coach, lezioni 5 ore al giorno, provini. La grande occasione mi capitò per Tomb Raider, Angelina Jolie faceva il tifo per me, ma feci un provino da schifo, dimenticando le battute. Restano i racconti di quel periodo per divertire gli amici».

