Red Hot Chili Peppers, incendio rock

La band infiamma Bologna dopo cinque anni di assenza dall’Italia
BOLOGNA. Quattro occhi di bue puntati sull'enorme palco dell'Unipol Arena di Bologna precedono l'entrata in scena dei Red Hot Chili Peppers al cospetto di circa 14.000 fan, accorsi in terra emiliana, sabato sera, da ogni parte del Paese. I primi a entrare in scena, salutati da un red carpet di urla, sono il batterista Chad Smith, con indosso la proverbiale tuta sbracciata da meccanico, e Flea, capelli platino e mise da folle(tto) annegata nella vernice. I due non perdono tempo e attaccano un'intro-jam funkedelica che spiana la strada al chitarrista 37enne Josh Klinghoffer, erede dello scettro a sei corde di John Frusciante, “ri-uscito dal gruppo” nel 2009. Per ultimo arriva lui, il nerboruto Anthony Kiedis, ed è subito Can't Stop mentre dall'alto piove un'installazione variopinta di candelotti al neon.
Si apre così la prima delle tre date italiane sold-out del Getaway World Tour dei “peperoncini” californiani, tornati in Italia a distanza di cinque anni per diffondere il verbo del loro undicesimo album The Getaway. Oggi e domani, i Red Hot andranno a speziare il PalaAlpitour di Torino.
Sul palco la band scatena ancora un'energia virale a cui nessuno tra il pubblico può, e vuole, sottrarsi. Ne sono una prova l'hard rock di Dani California e l'acclamata 'Scar Tissuè, in cui Kiedis canta su un tappeto di voci che confluiscono da platea e spalti. È vero, i tempi dei “socks on cocks” e di altre goliardate sono ormai lontani, ma, seppur inevitabilmente aggrinziti dal tempo (Klinghoffer escluso) e dagli immancabili eccessi, i Red Hot riescono ad accendere il pubblico quasi come allora. Lo dimostrano Flea, scheggia impazzita che saltando e dimenandosi su Right on Time e Suck My Kiss regala a piene mani prodezze con il suo inconfondibile bass slapping, e Kiedis, che restando a torso nudo nel bel mezzo dello show si guadagna, a 54 anni, le urla di approvazione di donne e ragazzine.
Tra ritmi hard-funk, scanditi dalle bacchette di Smith, e distorsioni chitarristiche, i quattro snocciolano sia i brani di nuova fattura (Dark Necessities, Sick Love e Go Robot) sia alcune perle più datate come Give It Away, Blood Sugar Sex Magik, Californication e Soul to Squeeze, intervallandole a fulminee jam. Il regalo inaspettato, però, arriva nei bis con la cover di Five Yearse di David Bowie, urlata dalla voce e chitarra di Klinghoffer. Nessuno spazio è concesso alla rabbia tinta di metal dei primi quattro album. In un'ora e cinquanta di show, i Red Hot Chili Peppers scelgono quindi di ripercorrere solo 25 dei 33 anni di carriera, durante i quali il grado di “piccantezza” nella loro Scala di Scoville si è tutto sommato mantenuto a livelli apprezzabili.
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