“Reflections” da Scarlatti al jazz il percorso di Fumo

PESCARA . “Reflections”, riflessi speculari, riflessioni sulla musica. Nel nuovo accurato lavoro discografico di Marco Fumo pubblicato dall’etichetta internazionale Odradeck, c’è tutta la musica...
PESCARA . “Reflections”, riflessi speculari, riflessioni sulla musica. Nel nuovo accurato lavoro discografico di Marco Fumo pubblicato dall’etichetta internazionale Odradeck, c’è tutta la musica indistintamente frequentata dall’interprete abruzzese in una vita di ascolti, trasmessa da spregiudicato insegnante ai suoi allievi, agìta come “musico” né classico né jazz, illuminato dal ragtime, il jazz delle origini al cui sconfinato repertorio deve autorevolezza e fama, da quarant’anni.
Un musicista borderline Marco Fumo, sempre controcorrente, incurante di catalogazioni temporali e confini stilistici. Il disco, ufficialmente in distribuzione dal 7 febbraio, si chiama “Reflections” e non poteva essere altrimenti. Un recital è in programma domenica 15 dicembre al Florian Espace di via Valle Roveto a Pescara alle 18.30.
Nel disco diciotto brani da ascoltare accostati due a due secondo una meditata raffinata sorprendente narrazione sincronica. Un percorso sapiente di riflessi reciproci, combinazioni che non ti aspetti tra epoche, stili, autori. C’è tutta la modernità del barocco Scarlatti accoppiato al tango brasiliano, lo choro, di Nazareth e poi al blues di Aaron Copland. C’è il re del ragtime, Scott Joplin, accostato al tango immortale di Anibal Troilo e allo stride piano di James Johnson. I “Riflessi in D” di Duke Ellington con il sognante “Clair de lune” di Debussy. Echi ora più vicini ora più lontani, antitesi e somiglianze espressive, stimoli, provocazioni.
Comunque la ricerca di una matrice comune, comunque un dialogo incessante oltre i confini di tempo e di spazio, un’idea disinvolta della musica come patrimonio eterno e inalienabile dell’umanità.
Fumo, “Reflections” è un progetto per molti versi ibrido per dirla con il produttore esecutivo John Anderson all’anteprima negli studi di Odradeck a Montesilvano. Come nasce ?
«È un progetto che viene da lontano, ideato e studiato con l’amico e musicologo Stefano Zenni. L’idea di fondo è che il linguaggio musicale è talmente universale da travalicare generi ed epoche per ritrovarsi un po' dovunque e comunque. Esiste una radice comune, la storia dei popoli ha originato sviluppi, stili, generi attraversando il tempo. Con Zenni ci siamo divertiti, non senza fatica, a rintracciare incroci culturali, segnali comuni.
Il disco è un condensato di scelte mirate” Ricerca o provocazioni?
«Sicuramente entrambe. Il passato ci parla, occorre saperlo leggere, ascoltare. Accostare Debussy con Elligton, Scarlatti con Copland, Stravinskii con Arolas può suonare provocatorio ma per me no, è una porta aperta. La mia visione di uno Scarlatti centrato sulla ritmica piuttosto che interpretato da una lettura tradizionale può arrivare come provocazione, in realtà ho sempre vissuto la musica spaziando, andando oltre spartizioni e confini. Io stesso con il mio repertorio non sono catalogabile, per forza di cose».
Nel 2020 festeggia i 40 anni di matrimonio con la musica afroamericana e questo disco è un po' la summa di un percorso, ci sarà un seguito per “Reflections”?
«È da valutare. In effetti Scarlatti strizza l’occhio anche ad altri ambiti musicali. Tutto dipende dalle future scelte che si faranno . Vorrei qui ringraziare le professionalità che hanno contribuito alla nascita di questo progetto: John Anderson e Odradeck, Stefano Zenni, Ivano Vilani per la copertina, Tommaso Tuxj per le foto, Marcello Malatesta ingegnere del suono.
©RIPRODUZIONE RISERVATA