Remo Rapino a “Storie”: il mio Liborio tra ricordi, sofferenza e la Nutella

26 Ottobre 2021

PESCARA. Lo scrittore lancianese Remo Rapino, premio Campiello con il suo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, è il terzo ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8...

PESCARA. Lo scrittore lancianese Remo Rapino, premio Campiello con il suo “Vita morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, è il terzo ospite di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete8 in collaborazione con il Centro che racconta l’altra faccia dei grandi abruzzesi in onda questa sera alle 21.30 (repliche mercoledì a mezzanotte e sabato alle 22) con la regia di Antonio D’Ottavio. «Sono felice di essere felice», è ormai il biglietto da visita di Rapino. Una frase diventata un tormentone. I grandi scrittori, sorpresi per la sua affermazione, lo chiamano “l’alieno”: lui ci scherza su, intanto è in uscita un altro romanzo, “Cronache dalle terre di Scarciafratta” edito da minimum fax.
PROF-STUDENTE Rapino è il professore della porta accanto che è balzato in cima alla letteratura italiana lasciandosi dietro i mostri sacri della cultura: la rivincita dei piccoli contro i grandi. Nella sua prima vita ha insegnato storia e filosofia a Chieti e Lanciano – «Quando insegnavo», racconta, «non mi dimenticavo mai di essere stato studente e volevo trovare il buono dentro ogni ragazzo» –, poi la seconda vita da scrittore e poeta. «Dopo il Campiello», dice Rapino, «è stato bello scoprire che tanti non sapevano della mia passione per la scrittura. È bello parlare con la gente e sentirmi dire per strada: ciao Libo’».
LA FAMIGLIA Amore, amicizia e, a pari merito, il Lanciano della storica serie B e la Nutella. Queste le cose belle secondo Rapino che parla emozionato della sua famiglia: «Quando mio figlio Andrea era piccolo, io stavo facendo il militare e mi sono perso tante cose come le prime camminate, mi sono ripreso tutto questo con le mie splendide nipotine, Mila e Olivia, le figlie di mia figlia Piera». Il ricordo del padre è costante, anche nel libro: «Andavamo allo stadio insieme, lui era molto più tifoso di me, si arrampicava alla recinzione con la sua bandiera “Lancianovecchia rossonera”: era un tipo divertente. Ma la cosa che ricordo di più è l’ultima estate passata insieme: lui non stava bene, ci mettevamo sul balcone e fumava liberamente mentre mia madre dormiva e mi raccontava la sua gioventù, di un rigore parato al centravanti Tontodonati, delle giornate ottobrine del 1943. Quei ricordi li ho messi nel mio libro. A lui piaceva parlare di queste cose e io lo lasciavo parlare: gli facevo sempre le stesse domande e lui mi rispondeva sempre diversamente».
IL PREMIO CAMPIELLO Alla domanda ma che effetto fa vincere il Premio Campiello, Rapino risponde come se fosse normale salire su quel palco a Venezia e battere anche Francesco Guccini: «Non è stata una cosa sconvolgente. A dire la verità non me l’aspettavo: quando mi dissero che ero finalista, lo ero stato anche al Premio Strega e al Premio Napoli, credevo che alla fine avrebbe vinto Guccini e già pensavo a un racconto da scrivere: “Il finalista perdente”. Poi, però, ho vinto io con largo margine. In sala stampa mi hanno chiesto se ero emozionato e io ho risposto di sì ma non come quando il Lanciano è andato in serie B: forse non avrei dovuto rispondere così». La cosa bella per uno come Rapino è arrivata dopo la premiazione, in una piazza San Marco ormai vuota: «Gli operai stavano smontando tutto e quando mi hanno visto con il Campiello in mano, che è una scultura pesantissima, mi hanno fatto un applauso, alla fine ho festeggiato con un panino e una birra al bar con un americano ubriaco che ogni tanto mi abbracciava. Mi hanno accolto con un applauso anche in albergo: mi ha fatto piacere».
LA SOFFERENZA La storia di Liborio era quasi pronta nel 2016, poi nel 2017 la scoperta di una malattia e un lungo ricovero con la paura di non poter finire quella storia: «Devo dire grazie al personale dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna e devo ringraziare mia sorella per il trapianto che mi ha dato una nuova vita. Sono stato fortunato. L’emozione più forte è l’ho provata quando ho presentato il libro a Bologna e ho visto, tra il pubblico, una dottoressa e gli altri che mi avevano curato, avevano il camice bianco: è stato bellissimo, non ho pianto fuori ma l’ho fatto dentro. Liborio è nato anche da questa sofferenza: mentre ero ricoverato pensavo sempre a cosa avrei potuto fargli dire, alle parole da usare».
LIBORIO C’È E Bonfiglio Liborio, il “cocciamatte” come lo chiama Rapino, esiste per davvero: «Alla presentazione del libro a Torino mi si avvicina una persona e mi fa: piacere, io mi chiamo Bonfiglio Liborio. Gli ho risposto che volevo vedere la carta d’identità ed era proprio vero: è di origini pugliesi». Ora, quel libro potrebbe diventare un film e una lettura teatrale. «A Lanciano c’è anche la piadina Liborio con cime di rape e salsicce, sapore un po’ forte ma è buona».
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