Rezza e Mastrella a Pescara «In scena un rito sciamanico»

Lo spettacolo Anelante conclude la rassegna di Arotron stasera al Flaiano «Raccontiamo un mondo digitale con tante finestrelle ma senza cielo e terra»
Nel 2018 sono stati premiati con il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia. Antonio Rezza e Flavia Mastrella chiuderanno “Verba manent...le parole restano tra musica e teatro”, rassegna organizzata da Arotron Eventi e dall’assessorato alla Cultura di Pescara. L’appuntamento è all’Auditorium Flaiano di Pescara, questa sera alle 21. Rezza porterà in scena “Anelante”, spettacolo da lui scritto in relazione con l’habitat scenico creato da Flavia Mastrella. Biglietti acquistabili su CiaoTickets e nei punti vendita autorizzati.
“Anelante” chiuderà “Verba manent”. Che ruolo ha la parola nel vostro spettacolo?
Antonio Rezza: Un ruolo importante. C’è un personaggio che parla anche mentre legge. La parola è l’emblema dello spettacolo, insieme, però, anche al movimento dei corpi. In scena siamo in cinque, è una novità per noi. Oltre a me e a Ivan Bellavista, nostro storico attore, ci saranno Manolo Muoio, Chiara Perrini ed Enzo Di Norscia. È un esperimento collettivo. Dopo “Fratto X” abbiamo capito che ci interessava avere altri corpi che ansimano insieme al mio. Per chi fa un teatro di prosa tradizionale essere in tanti sul palco è una normalità, per noi è stata una grande sorpresa. La parola è importante, ma è importante come lo sono i corpi che si muovono e come lo è l’habitat che ha realizzato Flavia, uno sbarramento che divide quello che c’è da quello che dovrebbe esserci. La parola è importante ma senza il corpo non serve a nulla. Noi siamo figli delle nostre membra. Parliamo perché abbiamo un corpo, non abbiamo un corpo perché parliamo.
Flavia Mastrella: Il ruolo della parola è fondamentale e frammentario. Usando il frammento come forma di comunicazione, sia nella parola che nell’estetica, la parola non dà mai una verità ma apre degli spiragli. La parola che Antonio usa scardina le certezze perché non ne dà e mette pure il dubbio, per questo risulta divertente a tratti.
La performance avviene nell’habitat scenico creato da Flavia. Come si fonde con lo spettacolo?
Antonio Rezza: Nei nostri spettacoli lavoriamo sempre nello stesso modo e sempre in modo diverso. Flavia realizza un habitat, lo realizza per sé. Poi me lo consegna e, quando mancano pochi mesi, montiamo insieme le sequenze come se fosse un film. Lavoro anche prima dell’habitat, ma è chiaro che quando arriva rimetto tutto in discussione. Abbiamo più idee di quelle che riusciamo a padroneggiare.
Flavia Mastrella: Normalmente faccio ricerche figurative e poi arrivo a creare questi habitat, che sono luoghi da vivere. È un’esperienza molto individuale. Poi porto questi ambienti ad Antonio, che li prova e li vive. L’habitat di “Anelante” si rifà al mondo digitale, ci sono tante finestrelle ma non c’è un cielo e non c’è la terra, tutto si impasta.
Come presentereste “Anelante”?
Antonio Rezza: Quello che facciamo è un esperimento di arte contemporanea legato allo sfinimento del corpo, quindi alla performance più pura. Cercare di descriverlo per contenuti sarebbe un fallimento. Sono spettacoli che non si possono raccontare, devono essere visti perché sono dei riti sciamanici, delle ritualità. Chi viene a vederci ci ama perché si perde in quello che facciamo. Siamo cattivi nell’arte, perché la rappresentazione della bontà nell’arte è una grande menzogna.
Flavia Mastrella: È un’opera di gruppo, un lavoro che va a esplorare un settore da noi mai esplorato prima: la coreografia. Ci sono più persone in scena che usano la voce e si muovono a un ritmo abbastanza elevato, momenti di grande confusione che si alternano a momenti di silenzio. È un lavoro giocato molto sul ritmo. Coglie l’attualità nella gestualità. Attraverso la ritualità del gesto e del movimento viene fuori la realtà oggettiva, in modo molto ironico. È lo spettacolo più forte che abbiamo fatto a livello di risvegli interiori.
C’è improvvisazione?
Antonio Rezza: no perché l’improvvisazione è frutto di uno stato di grazia, quindi può essere sublime ma anche avere delle cadute preoccupanti. I nostri spettacoli sono spartiti musicali, delle macchine, dei congegni che funzionano sempre perché sono immutabili rispetto a se stessi. Chi li vede, però, li vede sempre in modo diverso.
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