Rigopiano, Charlie Hebdo e l'irriverenza che indigna

Che sia Maometto, il terremoto di Amatrice o la slavina di Farindola, il manipolo di cervelli da cui è costituito continua a darsi l’obiettivo di far ridere ad ogni costo, suscitando l’opposto, l’indignazione. È il destino del settimanale, nato nel 1970 dalle ceneri di un predecessore soppresso dalla censura: si chiamava L’Hebdo hara-ki
Charlie Hebdo ha colpito ancora, come sempre, senza fare prigionieri. Che sia Maometto, il terremoto di Amatrice o la slavina di Farindola, il manipolo di cervelli da cui è costituito continua a darsi l’obiettivo di far ridere ad ogni costo, suscitando l’opposto, l’indignazione. È il destino del settimanale, nato nel 1970 dalle ceneri di un predecessore soppresso dalla censura. Si chiamava L’Hebdo hara-ki e fu chiuso dal Ministro degli Interni per un titolo irriverente sull’incendio di una discoteca a Colombay, luogo in cui risiedeva De Gaulle, appena defunto. Le vittime del disastro furono 146, ma il giornale parlò di un solo morto, alludendo al Generale.
Aristotele dedicò al riso brani della Poetica, dove raccomanda di esercitare l’eutrapelia, la virtù del buon umore. Si tratta di avere rapporti di cordialità con gli altri per una migliore convivenza civile. L’esatto contrario di quanto accade oggi nella contrapposizione fra le culture, nell’avverarsi del motto di un grande scrittore che fu anche maestro di satira, Ennio Flaiano: «Se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più». La globalizzazione e il circuito planetario delle notizie pongono tutti a confronto, con il risultato di acuire intolleranze, ostilità e guerre.
Aristotele era stato ancora più preciso nell’analisi del valore formativo della commedia, definita «l’imitazione di persone che valgono meno, ma non per un vizio qualsiasi, giacché il ridicolo è una parte del brutto». Precisando che «il ridicolo, infatti, è un errore o una bruttura che non reca né sofferenza né danno, proprio come la maschera comica è qualcosa di brutto e stravolto, ma senza sofferenza». Riflessioni che anticipano di un millennio quelle di Henri Bergson in "Il riso". L’esponente francese del neopositivismo logico ribadì che il comico scaturisce dalla riduzione della realtà a mera interazione di forze fisiche. Si ride di chi scivola su una buccia di banana per il cedimento del corpo umano alla gravità, cancellando il pensiero che la caduta abbia potuto procurare danni. Georges Bataille traspone questa lettura sul piano di una sorta di pensiero quantico applicato al comportamento: «Il riso è il salto del possibile nell'impossibile».
Certa satira viene esercitata non solo contro il potere, ma anche contro un’umanità che appare solamente funzionale all’esercizio del sarcasmo. Orazio approfittò della libertà concessa da Ottaviano, pur non intaccando l’autoritarismo che gravava sul mondo romano. Dall’iconoclastia di Oscar Wilde l’Età Vittoriana usciva a brandelli. L’autore del "Ritratto di Dorian Gray" confermava le parole aristoteliche sul ridicolo considerato parte del brutto. Non gliela perdonarono e il processo che subì per la relazione con Lord Alfred Douglas si allargava dall’omosessualità all’intero universo espressivo di Wilde. La condanna alla prigione dura fu una pena capitale camuffata. Sul giornale satirico L’Asino, fondato da Guido Podrecca nel 1892, si attaccava in termini esilaranti il governo Giolitti. Poi però arrivò il fascismo, e nel 1925, dopo l’omicidio di Matteotti, le pubblicazioni vennero sospese.
Nella Germania nazista, nemmeno Hitler osò intervenire sul più grande cabarettista satirico dell’epoca, Karl Valentin di Monaco. La sua specialità erano i giochi di parole dagli effetti devastanti sul linguaggio e sul costume. «Spesso le sue battute mi hanno fatto ridere sinceramente» ammise il Führer nel 1937. Valentin replicò: «E invece i suoi discorsi non mi hanno mai fatto ridere, e ora purtroppo me ne devo andare, buon giorno signor Hitler».
Giovanni Guareschi per l’intransigenza dei suoi ideali andò in galeria. In una vignetta di Carletto Manzoni sul settimanale Candido si raffigurava Einaudi che avanzava davanti a una schiera di bottiglie di vino, anziché di corazzieri. Su ognuna c’era la scritta “Poderi del Senatore Luigi Einaudi”. Si alludeva alla possibilità che il Presidente della Repubblica approfittasse della carica a fini commerciali. Immediata l’accusa di vilipendio del Capo dello Stato, che toccava a Guareschi, direttore responsabile del giornale, che scontò otto mesi di prigione con la condizionale.
Il Male era l’equivalente italiano di Charlie Hebdo e aveva un’anima tutta pugliese, quella di Andrea Pazienza, da San Severo, Foggia. L’epopea del settimanale è ormai iscritta negli annali della satira. Fuori scorrevano tragici gli anni di piombo, le gambizzazioni, le P38, il rapimento di Aldo Moro. Dentro la redazione del Male esplodeva la voglia di reagire alla notte della Repubblica con la luce scanzonata della risata. A volte bonaria. Tanto che Pertini, deliziato dalle vignette che Paz gli dedicò, volle telefonare per congratularsi personalmente a casa del disegnatore. Rispose il professore Enrico Pazienza, il padre di Andrea, fine acquerellista e straordinario personaggio di suo, che colto alla sprovvista, credette in uno scherzo.
Oggi, nelle vignette di Charlie Hebdo, si trova solo un modo disgregato di utilizzo della libertà di espressione.
Enzo Verrengia
(scrittore e critico letterario)


