Rosato, dialogo per voce sola «Questi versi per mia madre»

21 Novembre 2016

Il musicista lancianese figlio del poeta Giuseppe Rosato pubblica un libro di poesie «Dai miei genitori ho imparato la lezione della gioia non soggetta a miserie umane»

di Federica D’Amato

«Il dolore maggiore / è il rimorso delle cose non dette, / peggio, non fatte quando la madre ancora / le chiedeva al figlio. Ma io, / non ho dovuto mai / dire di no a mia madre, mia madre / non mi ha mai chiesto niente». Sono questi solo alcuni dei versi che animano il libro “Dialogo per voce sola” (Edizioni Di Felice, 8 euro) del musicologo lancianese Paolo Rosato, 57 anni, figlio d'arte dei poeti e scrittori lancianesi Giuseppe Rosato e Tonia Giansante. E proprio a quest'ultima, scomparsa nel 2006, sono dedicati gli intensi componimenti di questo tardo esordio alla poesia di un professionista della musica e della composizione noto in tutto il mondo, un esordio che racchiude in sé una frequentazione del mezzo poetico di lunga data, oltre a una delicatezza delle immagini di grande impatto emotivo sul lettore. Di questo e altro Rosato parla in questa intervista al Centro.

Rosato, un musicista che approda alla poesia: sbocco naturale o occasionale?

Nell'antichità musica e poesia erano un tutt'uno. Nel mio caso si potrebbe parlare del recupero di un rapporto originario, stimolato da una situazione famigliare in cui padre e madre si “cimentavano” entrambi nell'arte della scrittura, in prosa e in versi. Volendo dare un ordine alle cose, direi che l'interesse per la scrittura viene prima di quello per la musica. Da ragazzo volevo diventare come mio padre, e a quindici anni scrivevo articoli per la Gazzetta di Pescara. Poi, l'adolescenza con i suoi conflitti edipici ha rovesciato a poco a poco le cose: dapprima l'interesse per la filosofia (laurea e insegnamento) e poi l'orientamento definitivo sulla musica. Tant'è che ho iniziato gli studi ufficiali in conservatorio tardi, a vent'anni. Ho parlato di scrittura e non di poesia, perché il rapporto con questa è stato ancora più problematico. Ricordo benissimo un unico componimento poetico scritto da ragazzo. Poi il silenzio, fino ad una illuminazione, superati i venticinque anni, che mi portò improvvisamente a scrivere. Scoprii che possedevo una facilità nel versificare, forse dovuta anche agli studi di semiotica e linguistica che avevo autonomamente portato avanti. Forse il tutto era rimasto a tacere, “schiacciato” dalla forza di mio padre.

I suoi versi sono dedicati a sua madre, scomparsa nel 2006. Chi era Tonia Giansante?

Mia madre, secondo Biagio Marin, era il vero poeta di casa Rosato. Naturalmente questo giudizio era condizionato da una concezione estetica che vede l'arte nella immediatezza espressiva, senza mediazioni culturali. Mio padre è al contrario un grande “esperto” delle tecniche poetiche, seppure molte non le conosce razionalmente ma le possiede di fatto. Tonia Giansante era una sognatrice. Ha scritto poesie, racconti, fiabe. Ricordo che temeva il mio giudizio, soprattutto relativamente a questioni metriche, viste le mie conoscenze in merito. Mia madre ha insegnato a me e ai miei fratelli a non lasciare che i propri sogni si spengano, sia che riguardino la poesia, l'arte, sia che riguardino la vita. Le poesie dedicate a mia madre sono praticamente le ultime cose in versi che ho scritto, e dunque sto attraversando un lungo periodo di silenzio. Ma prima di quelle, risalenti al 2007, ho scritto centinaia di versi. Molti di questi sono legati alla musica, tanto nei contenuti quanto anche nella forma. Ho sperimentato tecniche di variazione linguistica applicabili sia ai versi che alla musica. Ho scritto due libretti per altrettante opere da me musicate, nonché testi per altri componimenti vocali. Inoltre ho musicato molti versi di mio padre, anche quelli in dialetto abruzzese.

Come l'ha influenzata la poesia di suo padre, Giuseppe Rosato?

L'influenza di mio padre è implicita, nelle cose stesse. Viene dall'aria che ho respirato in casa, volente o nolente, un'aria che portava a incontri con personaggi famosi dell'arte, della pittura, della poesia. In questo il ruolo di mia madre non era secondario, in quanto vera padrona di casa in questi incontri illuminanti.

Qual è, secondo lei, il rapporto tra musica e poesia?

Non vorrei parlare del rapporto tra musica e poesia in senso tecnico. Dico solo che, al di là della narratività presente in molta musica, certamente il discorso musicale condivide meccanismi e processi propri del fare poetico. Quest'ultimo aspetto fa sì che per me sia quasi la stessa cosa analizzare testi poetici e musicali, come pure comporre musica o scrivere versi. In entrambi i casi, quando succede, e al di là dei risultati ottenuti che non sta a me giudicare, provo una sensazione di gioia, di soddisfazione personale, impagabile, non soggetta a nessuna miseria umana, e questo è ciò che ho massimamente imparato dalla lezione di entrambi i miei genitori.

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