Rosato: i miei segni nel cassetto

Un libro di vignette satiriche dello scrittore lancianese
PESCARA. Niente come la vignetta ha il potere di unire l’ironia alle risorse intuitive ed immaginative del disegno, offrendo al lettore un concentrato di intelligenza che illumina in un istante l’intera realtà. Non è narrativa come il fumetto, la vignetta, ma è ugualmente capace di rivelarci il senso delle storie, spesso dei particolari più reconditi e delle scomode verità. Lo sa bene Giuseppe Rosato, lancianese, il quale nella sua lunga esperienza di poeta, scrittore, critico d’arte, giornalista e professore, non ha mancato di cimentarsi proprio con la difficile arte della vignetta, raggiungendo, come c’era da aspettarsi, anche in questo caso l’eccellenza stilistica ed espressiva.
“Segni nel cassetto” è il titolo del libriccino che il suo autore “Ros” – sospettabile alter ego di Rosato – ha dato alle stampe, un piccolo scrigno dall’inconsueto formato editoriale quadrato che contiene ben trenta spassosissimi “segni”, vignette argute e geniali che già nel breve giro di un colpo d’occhio divertono, consolano, feriscono, tagliano, elevano ed infine ci fanno amare, una volta di più, ce ne fanno amare l’autore. Rosato, proprio come fa il maestro giapponese nella cerimonia del tè, sa di dover significare nel suo breve rito il mondo intero, orchestrando segni e parole, nel nostro caso esilaranti: si va dal «cimitero aperto per lutto», al barbone che «con la moneta unica si sente anch’egli entrato nell’euro», o dal Paradiso situato a «10000000000000000 metri sul livello del male», allo scatolame alimentare la cui etichetta riporta di contenere «cibo precotto, premasticato, predigerito: aprire e versare direttamente nel wc»; fino alla vignetta, cinica e sconsolata, che sulla strada verso l’eternità frappone il risaputo cartello di «strada interrotta». Trenta vignette disegnate con un tratto essenziale ed incisivo che riconfermano quanto lo scrittore di Lanciano sia allo stesso tempo figlio e fratello della migliore lezione di Ennio Flaiano, di cui egli fu amico. Insomma, una preziosità da avere e custodire come reliquia, se soprattutto si tiene conto di quel che Rosato scrive in prefazione: «Ros è mio fratello gemello, con il quale convivo quasi sempre felicemente dal 1948: ossia da quando lui, eludendo la mia affettuosa sorveglianza, disegnò la prima vignetta per il Travaso. A tratti si è allontanato da me, ma poi tornava regolarmente a chiedere asilo, premendo perché lo riprendessi con me. Che dovevo fare, che devo fare? E’ mio fratello, è carne della mia carne. Gli ho sempre fornito – oltre che asilo – un lapis, un pennino, un foglio di carta». Imperdibile.
Federica D’Amato
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