Sabatini Odoardi: «L’arte con gli occhi dei bambini»

3 Luglio 2019

Un comodino «pieno di scuse sparato in aria» è l’immagine che Gino Sabatini Odoardi ha eletto a simbolo della sua nuova mostra, “Aporie”, che si inaugura sabato 13 luglio al Castello di Ladislao di...

Un comodino «pieno di scuse sparato in aria» è l’immagine che Gino Sabatini Odoardi ha eletto a simbolo della sua nuova mostra, “Aporie”, che si inaugura sabato 13 luglio al Castello di Ladislao di Arpino in provincia di Frosinone, sede della Fondazione Umberto Mastroianni (al cui interno è raccolta l’eredità culturale di un’intera famiglia di artisti: i Mastroianni). Curata da Loredana Rea, direttore artistico dell’istituzione arpinate, la nuova personale del 51enne artista di Pescara, ospita fino all'8 settembre un’ampia selezione di lavori recenti realizzati tra il 2013 e il 2019.: sculture, installazioni e disegni che dialogano tra loro attraverso la superficie bianca sinuosa e fredda realizzata in polistirene con il procedimento della termoformatura, tecnica che distingue l’artista abruzzese nel panorama dell’arte contemporanea italiana e internazionale. Sabatini Odoardi, un curriculum importante il suo, allievo e poi assistente di Fabio Mauri, e poi con Jannis Kounellis, con mostre in Italia e all’estero.
Di cosa parla “Aporie”?
Parto dal titolo. “Aporie” significa passaggio impraticabile, strada senza uscita, nella filosofia greca indicava l'impossibilità di dare una risposta. Il comodino nero appeso e inclinato ha ben altra funzione di quella di appoggio degli oggetti personali in una camera da letto, crea inquietudine, incertezza. Ciò che ridà armonia all’instabilità è l’entrata in scena del drappo bianco in polistirene sospeso nel vuoto, ci rimette in equilibrio con il mondo.
Come è arrivato all’idea/concetto del comodino?
Era da un po' che ci pensavo. Guardandolo casualmente in un mercatino, mi ha affascinato la sua forza intrinseca. A volte gli oggetti, una sedia, un cuscino, un paio di scarpe, una bottiglia e soprattutto un bicchiere hanno paradossalmente più forza della funzione per la quale esistono, la storia dell’arte ce lo insegna. Il comodino appeso al muro come un quadro ha scatenato in me una devozione.
Quali altre “aporie” ha in mostra?
Ci sono, ad esempio, dei “Sandali da disegno”, calzari in ferro trovati anche quelli in un mercatino dell’antiquariato, di cui nessuno immagina la funzione tanto sono pesanti, 7-8 kg ciascuno, per giunta senza stringhe. Le ho aggiunte io, in polistirene. Per sostenere la follia del titolo ho utilizzato quei sandali come timbro per realizzare un disegno con foglie in oro.
Prima il vino inclinato nel bicchiere, poi le sedie inclinate all’indietro, ora il comodino appeso come un quadro. Sempre in bilico, un gioco serio con l’equilibrio instabile?
Ho deciso di venerare l’indefinibile, una condizione innaturale che ha a che fare con la complessità della vita. Sì, c’è anche l’idea del gioco, dipende dal punto di vista con cui si osserva. Io ho sempre avuto una visione duplice, ho bisogno anche di leggerezza per sostenere il peso esistenziale, il disagio per essere al mondo inconsapevolmente. Quel comodino è un contenitore come il bicchiere, ha una forma ma ne può contenere un’altra: il pensiero. Se potessi porterei con me quel comodino come una valigia.
Come dovremmo guardare ai suoi lavori in mostra, con quale atteggiamento mentale?
Con gli occhi dei bambini, senza aspettarsi nulla, senza filtri né pregiudizi né aspettative che potrebbero deludere. In altre parole senza scolarizzazione: è la condizione che prediligo quando i bambini entrano in un museo senza seguire un ordine preciso. I bambini non hanno timore di un foglio bianco, non hanno paura di sbagliare, aggrediscono, vivono l’esperienza in modo totale, questo bisognerebbe aspettarsi dal visitatore medio.
Quali mostre consiglia di non perdere questa estate?
La grande retrospettiva dedicata a Kounellis alla Fondazione Prada a Venezia. “Giorgio De Chirico, Ritorno al futuro” alla Gam di Torino; “Mostre in mostra” a Palazzo delle Esposizioni a Roma.
Da qualche tempo è «orgogliosamente» docente di plastica ornamentale all’Accademia di Belle Arti di Frosinone: il suo legame con l’Abruzzo è sempre ben saldo?
Sicuramente resto legato alle radici, la mia città, Pescara, il mio studio nella torre medievale di Alanno. Rappresentano il punto A per andare al punto B, il luogo dove preparare ogni volta la mia valigia.
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