Sanremo: petizioni e proteste per l’intervento di Zelensky

Il documento firmato da personaggi come Freccero, Cardini, Ovadia e Di Battista Il ministro Salvini: «Speriamo che rimanga il festival della canzone e non altro»
ROMA. Sanremo, la città dei fiori e del festival, ospita nella serata finale di sabato 11 febbraio l'intervento del presidente ucraino Vladimir Zelensky e si scatenano le polemiche. «Speriamo che Sanremo rimanga il festival della canzone italiana e non altro», dice il ministro di Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini: «Avranno fatto le loro valutazioni, spero che la guerra finisca il prima possibile e che il palcoscenico della città dei fiori rimanga riservato alla musica».
Sulla questione interviene anche lo showman Fabio Volo su Radio1, a Un Giorno da Pecora «Zelensky a Sanremo? Sono cose che fatico a capire, capisco l'attenzione ma mi sembra un po’ una spettacolarizzazione. Non lo so, quando poi è venuto cosa cambia? Forse», ha concluso, «lo scopo è sensibilizzare sul conflitto in un contesto di grande seguito come il Festival. Ma mi sembra che l'Italia quel che deve fare lo sta facendo, non è che uno fa donazioni dopo aver visto Zelensky a Sanremo».
Prima di loro un gruppo nutrito di intellettuali si mobilita, firmando una petizione. «Abbiamo appreso con incredulità che interverrà Vladimir Zelensky, capo di Stato di uno dei due paesi che oggi combattono la sanguinosa guerra del Donbass. Una guerra terribile», scrivono, tra gli altri, Franco Cardini, Carlo Freccero, Joseph Halevi, Moni Ovadia, Paolo Cappellini, Alessandro Di Battista. Una guerra «fomentata da irresponsabili invii di armi e da interessi economici e geostrategici inconfessabili», «che ha ragioni complesse, tra cui il fatto che la Nato sia andata ad “abbaiare ai confini della Russia” (citando Papa Francesco)». «Come italiani», proseguono, «abbiamo il dovere costituzionale di “ripudiare”». «L'Italia non solo invia armi (ed aumenta il budget militare in una fase economica difficilissima per la maggioranza degli italiani), ma lascia che la Nato e gli Stati Uniti utilizzino a loro piacimento il suo territorio, in assenza di qualsiasi forma di controllo governativo, parlamentare e popolare. A causa di questa posizione acritica e supina, l'Italia ha rinunciato a svolgere l'importante ruolo di mediazione geopolitica che corrisponde alla sua vocazione storica, abdicando al contempo al proprio interesse nazionale e al proprio ruolo di fondatrice del processo di unificazione europea, come struttura per assicurare la pace fra le nazioni». Come intellettuali, concludono «abbiamo il dovere di comprendere ciò che avviene dietro le quinte, e ci mettiamo a disposizione per parlare al popolo italiano, che a tal fine invitiamo alla mobilitazione sabato 11 febbraio a Sanremo, per partecipare a una grande assemblea popolare di piazza. L'Italia deve uscire subito dalla guerra interrompendo ogni aiuto diretto o indiretto a una delle parti in conflitto. L' Italia non può rassegnarsi a restare un deposito di ordigni nucleari micidiali sotto controllo americano, né luogo di laboratori e centri di ricerca bellici. È necessario liberare il nostro territorio da questa presenza».
«La mia generazione»,spiega Carlo Freccero, «è cresciuta col tabù del nucleare. Oggi Zelensky ci presenta la guerra con la leggerezza di un musical tra canzoni e siparietti di costume. Indipendentemente da come la pensiamo, bisogna riacquistare il senso della realtà e del pericolo. Non siamo in un film. Ci sono e ci saranno morti reali e vittime reali. La società dello spettacolo non era mai arrivata a tanto. Questo il motivo per cui ho firmato il documento», conclude.
Tra i firmatari anche l'ex del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista che giudica una «ridicola buffonata» la partecipazione del presidente ucraino alla serata conclusiva del festival di Sanremo. Di Battista ha firmato la petizione condivisa da un gruppo di intellettuali in cui si critica la decisione di invitare Zelensky allo spettacolo canoro ma precisa di non essere intenzionato a partecipare alla protesta in piazza indetta proprio a Sanremo per l'11 febbraio: «Sostengo la petizione ma non parteciperò alla manifestazione». Piuttosto, dice, «se stabiliamo che si inizia a rendere una manifestazione canora un luogo di dibattito di questioni politiche, allora che si parli anche di quello che sta avvenendo in Palestina».

