Santa Maria ad Cryptas, il gioiello ritrovato

Risplendono gli affreschi della chiesa di Fossa danneggiata dal sisma aquilano e riaperta ieri dopo un lungo restauro
FOSSA . C'è un angolo d’Abruzzo a pochi chilometri dall’Aquila nel quale ambiente, arte, storia e spiritualità si integrano alla perfezione e ne fanno un gioiello che trova pochi eguali.
Il territorio è quello compreso fra i comuni di Ocre, Fossa, Sant’Eusanio Forconese, Villa Sant'Angelo, San Demetrio: basta farsi un giretto di pochi chilometri per imbattersi in castelli, antichi conventi, grotte carsiche, laghi, necropoli e soprattutto chiese. Anche qui nel 2009 il terremoto ha cancellato vite umane e ha danneggiato beni culturali. Dopo dieci anni c’è ancora tanto da fare ma molte luci che il sisma aveva spento stanno cominciando a splendere di nuovo. Ieri mattina a Fossa, con una cerimonia alle 10, è stata restituita al culto e agli amanti dell'arte la chiesa di Santa Maria ad Cryptas.
Chi entra oggi nell’edificio sacro, anche se l’aveva già visto in passato resta senza fiato per i tanti capolavori che vi sono contenuti e che sono stati in gran parte restaurati. Alcuni studiosi sostengono che Santa Maria ad Cryptas fu edificata sul sito della prima sepoltura di San Massimo (oggi patrono dell’Aquila), martirizzato ad Aveia (l’antica Fossa) nel 250 dopo Cristo e il cui corpo, dopo la libertà religiosa concessa ai cristiani da Costantino, fu trasferito a Forcona, la città costruita dai romani (i cui resti sono visibili nei pressi di Civita di Bagno) che fu poi sede di diocesi fino alla edificazione dell’Aquila a metà del XIII secolo.
Piccola basilica tra VI e X secolo, in epoca longobardo-franca, la chiesa ora riaperta fu ricostruita ex novo dai monaci Cistercensi nella prima metà del XIII secolo e venne chiamata Santa Maria con l’aggiunta ad Crytpas perché c’era e c’è una piccola e bellissima cripta.
All’esterno la chiesa si presenta come un edificio rettangolare coperto a capanna con facciata a due spioventi con un portale a sesto acuto e sopra, in asse, un finestrone.
Le fiancate hanno feritoie “oblunghe a doppi strombi” in pietra da taglio. L’interno è a una sola aula rettangolare coperta da tetto ligneo a vista. Ma quello che colpisce, abbaglia e per certi versi disorienta chi entra nel tempio è il turbinìo di affreschi che ricoprono l’arco trionfale, il presbiterio, l’abside, le pareti laterali e la controfacciata con diversi cicli tematici e raffigurazioni isolate e indipendenti, accostando scene del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Secondo gli esperti sono stati realizzati in un arco temporale che va dal XIII secolo al Rinascimento e oltre. Gli affreschi più antichi sono quelli di scuola bizantino-cassinese del XIII secolo. In particolare il ciclo ispirato alla Genesi decora le pareti dell’arco trionfale e della parete destra in navata; il ciclo della Passione decora interamente le superfici dell’abside; il ciclo del Giudizio universale è posto sulla parete di controfacciata. Al XIV secolo risalgono gli episodi della vita della Vergine Maria e una Crocifissione che se pur molto deteriorata è visibile sul muro di fondo della cripta. Quasi al centro della parete sinistra c'è un’edicola con l’Annunciazione di Sebastiano di Cola da Casentino, firmata e datata 1486. E poi ancora affreschi cinquecenteschi con scene della vita della Vergine e sul muro di fondo un “dorsale” di altare in pietra attribuito a Silvestro da Arischia, l’altare con la Madonna del Rosario del XVI secolo, l'altare della Vergine con Bambino del XVIII secolo.
Insomma un museo unico e ben conservato dell’arte abruzzese dal 1200 in poi. Stazione appaltante e “conduttore” dell'intervento di restauro è stato il segretariato regionale Mibact (ministero beni culturali) per l’Abruzzo oggi diretto dall'architetto Stefano D'Amico. Dei lavori (durati circa due anni con un costo di oltre 600.000 euro) si sono occupati l'architetto Franco De Vitis per il consolidamento e la dottoressa Anna Colangelo per il recupero degli affreschi (impresa esecutrice “Antenucci Ugo srl di Isernia” che per i restauri si è avvalsa della collaborazione della ditta Berta Giacomantonio).
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