Scamarcio intenso nel ruolo di padre per “La prima luce”
Convincente prova dell’attore nel film di Vincenzo Marra Piace anche “Remember” sull’Olocausto e la memoria
VENEZIA. La prima luce è quella che ci investe quando si nasce. Una luce che non si può ricordare e si riesce soltanto a rivivere quando si diventa genitori. E “La prima luce” è il titolo del film che il regista Vincenzo Marra presenta nelle Giornate degli Autori, affidandosi per il ruolo principale a un Riccardo Scamarcio che arriva a una convincente intensità di interprete, a Daniela Ramirez e al piccolo Gianni Pezzolla.
Si racconta di Martina, ragazza cilena in Italia grazie a una borsa di studio. Si innamora di Marco e dal loro amore nasce Mateo. Lo spettatore entra in questa vicenda quando la loro storia è finita. L’Italia non è più il paese del benessere, Martina teme per il futuro del figlio, il Sudamerica ora offre migliori speranze. Lui è un avvocato sbrigativo, si dice sia violento, ma quando fa il padre è affettuoso e attento. Mateo non viene raccontato come un figlio conteso, semplicemente c’è in una coppia che non c’è più. Grazie a un film denso e asciutto, Scamarcio perfeziona sullo schermo lo sdoganamento dalla sua avvenenza che gli pesa ormai da un decennio. Accompagna il film a Venezia, «un festival importantissimo che lo Stato italiano dovrebbe sostenere molto di più» e in una città «straordinaria. Un giorno mi sono ritrovato alle cinque del mattino in una Piazza San Marco deserta, tutta per me, e ho pianto».
La storia drammatica di un padre che cerca disperatamente il figlio scomparso è la ragione per cui Scamarcio, oltre a essere qui, è anche già nel suo futuro. «Non sono padre ma sono figlio e quindi ho un padre» dice «ed è attraverso i suoi occhi che ho guardato il bambino nel film. Sul set ho avuto momenti di smarrimento totale. Quando avrò un figlio, proverò questa cosa».
Ma al Lido ieri è stato anche il giorno della vendetta, tema comune ai due film in concorso: “Remember” di Atom Egoyan, un occhio al passato e uno al futuro, e “Desde Allá” di Lorenzo Vigas, tutto rivolto al presente. Nel primo, splendidi attori riescono a dar corpo a una storia che se non è nuova nella struttura, lo è senz’altro nel finale sconvolgente. Merito della sceneggiatura di Benjamin August (ebreo per parte di madre) e della regia di Atom Egoyan, regista canadese che di olocausto e di deportazioni se ne intende, per le sue origini armene. In “Remember”, Zev, (un grande Christopher Plummer), affetto da una sempre più marcata demenze senile, decide di dover compiere ancora qualcosa, prima di morire: scoprire il gerarca nazista che assassinò la sua famiglia ad Auschwitz e vendicarsi. Un film sulla vendetta, ma anche sulla memoria, che è quella che perde progressivamente l’anziano protagonista, ma anche quella che rischia di perdere l’umanità sotto il peso del quotidiano incedere della storia.
In “Desde Allá”, Armando, benestante signore della borghesia di Caracas (il bravo Alfredo Castro), vive un vuoto affettivo che cerca di risolvere con adescamenti occasionali di ragazzi che porta a casa e non sfiora, limitandosi a osservarli da lontano, appunto.
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